Ravenna, “sponsorizzavano” le aziende di pompe funebri. Inchiesta sulla corruzione negli obitori: 5 arresti

Sono 37 gli indagati a vario titolo nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal procuratore capo Daniele Barberini per corruzione a carico di operatori dell’Ausl e delle camere mortuarie. Avrebbero indirizzato parenti di defunti a specifiche aziende di pompe funebri oltre ad aver provveduto alla vestizione delle salme in violazione alla specifica normativa regionale sulla gestione dei decessi ospedalieri. Da questa mattina all’alba i carabinieri del nucleo Investigativo di Ravenna con i colleghi delle locali Compagnie stanno notificando 16 ordinanze di misura cautelare nell’ambito dell’indagine per una contestata associazione per delinquere che ha riguardato gli obitori di Lugo e Faenza.

Le misure

In carcere è finito un operatore sanitario addetto alla camera mortuaria di Faenza; ai domiciliari altri quattro operatori impiegati tra gli obitori di Faenza e Lugo e un impresario funebre. Disposte inoltre dieci interdizioni inerenti al divieto temporaneo (10 – 12 mesi) di esercizio dell’attività professionale di impresa nei confronti di altrettanti titolari di onoranze funebri dell’area faentina e lughese.

Il meccanismo

Le indagini, condotte tra gennaio e maggio del 2020, hanno consentito di ipotizzare l’esistenza di un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di atti di corruzione. Gli addetti alle camere mortuarie, sono accusati, in veste di incaricati di un pubblico servizio, in cambio di elargizioni in denaro da parte degli impresari funebri, di aver fornito servizi che esulavano dalla loro funzione, tra cui tanatocosmesi e vestizione delle salme presso le camere mortuarie (utilizzando luoghi e mezzi del servizio sanitario nazionale) oltre a favorire le suddette imprese nel segnalare le salme libere” (defunti per i quali i parenti non avevano ancora dato incarico ad alcuna impresa funebre), nell’assegnare le camere ardenti più ambite e comode e agevolare gli ingressi nell’obitorio, assumendo atteggiamenti ostruzionistici nei confronti delle imprese funebri concorrenti, estranee al sodalizio criminale costituito. Ciò, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, costringeva queste ultime ditte a subire rigide e pretestuose applicazioni del regolamento in termini di accesso all’obitorio e vestizioni delle salme. “In tale modo – spiega una nota -, le ditte funebri coinvolte che si sarebbero dovute occupare di diversi servizi a loro spettanti conseguivano evidenti risparmi dei costi che diversamente avrebbero dovuto sostenere per remunerare il personale dipendente a differenza di quelle estranee che erano costrette ad applicare tariffe superiori per i servigi resi a causa della concorrenza sleale patita”.

Il giro d’affari

La prospettiva accusatoria ha stimato il giro di affari in circa 100mila euro l’anno, con un ricavo, per ogni operatore sanitario, tra i 15mila e i 20mila euro. Le imprese funebri invece, sempre secondo l’accusa, beneficiavano di risparmi nei costi di gestione, attraverso il sistema posto in essere tra il 50% e il 70%, nella considerazione che, per ogni vestizione, pagavano somme che variavano tra 30 e 60 euro a fronte dei 120- 140 euro che avrebbero diversamente dovuto sborsare.

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