Ravenna, Sirio: inchiesta per truffa dopo la revoca del cda

Le ipotesi di reato sono truffa ai danni dello Stato e frode informatica in danno di un ente pubblico. La turbolenza giudiziaria che sta coinvolgendo la ravennate Sirio spa – nota ai romagnoli soprattutto per aver portato un marchio come Burger King a Ravenna e Rimini – avrebbe dei risvolti anche di profilo penale. Dopo la decisione dell’altro ieri del Tribunale di Bologna, che ha revocato in blocco il consiglio di amministrazione e nominato un amministratore giudiziario al suo posto, emerge ora anche un’ inchiesta della Procura di Trento che da metà dell’anno scorso ha aperto un fascicolo d’indagine contro la Sirio e la sua numero uno, l’amministratore delegato Stefania Atzori, con le ipotesi di truffa ai danni dello Stato e frode informatica. Secondo gli inquirenti, la società ravennate, che gestisce alcune aree di servizio sulla A22, avrebbe inoltrato alla società che gestisce la medesima autostrada alcuni report in cui venivano dichiarati fatturati volutamente inferiori rispetto a quelli effettivamente conseguiti. Lo scopo? Diminuire artificiosamente i corrispettivi contrattuali dovuti. L’11 giugno dell’anno scorso, la sede dell’azienda è stata tra l’altro oggetto di perquisizioni finalizzate al sequestro da parte della polizia giudiziaria. Nonostante ciò, i vertici della Sirio non avrebbero tempestivamente informato l’organismo di vigilanza, che sarebbe venuto a saperlo solo diversi mesi dopo (il 2 ottobre dell’anno scorso).

Il ricorso

Nel frattempo da ieri la società è di fatto nelle mani di un amministratore giudiziario. Tutto il consiglio di amministrazione è stato spazzato via dai giudici felsinei Fabio Florini, Silvia Romagnoli e Rita Chierici per via di una inadeguata gestione aziendale, che avrebbe a tal punto compromesso la Sirio da rendere «fortemente dubbia» – così scrivono i giudici – la continuità aziendale. Il problema è che la società, fondata nel 1993, ha oggi oltre 80 punti vendita in tutta Italia e oltre 700 dipendenti stipendiati. Per questo, nel tentativo di salvaguardare una realtà comunque strutturata, il Tribunale ha deciso di dare le redini del comando a un esperto indipendente, a cui è stato affidato il compito di verificare la situazione contabile, economica e finanziaria.

Ad accendere un riflettore sui vertici aziendali era stato a gennaio di quest’anno il collegio dei sindaci revisori. Sono stati loro i primi ad accorgersi di una presunta serie di operazioni poco chiare (specialmente quelle messe in atto pochi mesi prima della quotazione in borsa all’Aim), rivolgendosi poi all’avvocato bolognese Carlo Enrico Salodini per fare ricorso. La cui conclusione ora è stata inoltrata anche alla Procura di Ravenna, che valuterà eventuali profili di reato.

Ma c’è di più. A marzo di quest’anno, come si evince dal provvedimento di revoca del cda, la società ravennate aveva avviato una procedura con Invitalia – che gestisce il fondo salvaguardia imprese del Ministero dell’economia – per il suo ingresso nel capitale azionario con un finanziamento di 10 milioni di euro (di cui 3,9 come aumento di capitale e 6,1 a fondo perduto). In pratica la Sirio, secondo l’accusa, avrebbe provato a coprire le conseguenze della sua presunta mala gestio con soldi pubblici, tentando di sfruttare – secondo gli inquirenti – risorse messe in campo per il Covid. Ma come scrivono gli stessi giudici, nulla si era concretizzato.

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