E’ stato licenziato per essersi filmato sul posto di lavoro, annunciando con una diretta Facebook a tutti i suoi follower di essere potuto rientrare perché negativo al Covid. Ora però l’ormai ex dipendente, un 45enne assunto con contratto a tempo indeterminato da una ditta di Roma che fornisce manodopera nella logistica per un’impresa del settore “food&beverage” del Ravennate, ha deciso di non rassegnarsi di fronte al provvedimento disciplinare. Il prossimo dicembre porterà l’azienda davanti al giudice del lavoro.

Sospetto positivo

A innescare l’effetto domino, lo scorso luglio, era stata la decisione dei superiori di lasciarlo a casa per qualche giorno, alla luce di una sospetta positività al coronavirus. In uno scenario ancora scottato dal lockdown terminato poche settimane prima, la voce sulle cause della sua assenza si era sparsa rapidamente. Se n’era accorto in prima persona, ricevendo durante i giorni di isolamento preventivo decine di messaggi e telefonate di amici, colleghi e conoscenti, curiosi di sapere se stesse bene e, forse, anche di avere conferma dell’eventuale positività al virus. Desideroso di tornare al lavoro, si era sottoposto a tampone, risultando in piena salute. Così a luglio era rientrato.

Il video al primo giorno di lavoro

Secondo la difesa del 45enne (assistito dagli avvocati Davide Baiocchi e Angelo Canarezza), il dipendente voleva mettere a tacere tutte le voci infondate sul suo presunto contagio. Da qui l’idea di fare una diretta Facebook per “festeggiare” il primo giorno dopo la fine dell’isolamento: aveva approfittato di un momento di pausa per filmarsi in magazzino insieme a un collega, dicendo, in buona sostanza, «sto bene, sono al lavoro e soprattutto sono negativo al coronavirus». Il filmato, che stando a quanto contestato dall’azienda sarebbe durato circa un paio di minuti (meno, secondo il lavoratore), finendo poi nelle mani del responsabile.

Il provvedimento disciplinare

Prima è scattata la sospensione cautelativa, praticamente l’anticamera del licenziamento. Il dipendente è stato sentito dai superiori, ma le spiegazioni non sono servite. Il 3 agosto è arrivata la lettera di licenziamento in cui gli veniva contestata la violazione dell’obbligo di fedeltà per aver ripreso i locali aziendali, e la divulgazione all’esterno di informazioni che potrebbero compromettere – secondo il datore di lavoro – la sicurezza del magazzino e dei colleghi. Per i difensori del 45enne il provvedimento sarebbe invece sproporzionato, alla luce dell’esperienza del dipendente (che, pur assunto da un annetto, lavorava a quell’appalto da 5 anni) e del presunto danno arrecato alla propria impresa. Decidendo di impugnare il licenziamento davanti al giudice, si aprono ora due strade: se tra le parti non si arriverà a una conciliazione, il giudice potrà assumere le prove prima di pronunciarsi con una decisione.

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