Ravenna, rimozione e demolizione del relitto della Berkan B

RAVENNA. Rimozione e demolizione del relitto della Berkan B: c’è l’aggiudicazione ufficiale. E’ il colosso Micoperi (con mandanti Isolfin di Roma e la ravennate Albatros) ad aver vinto l’appalto pubblicato dall’Autorità portuale, grazie ad un ribasso d’asta dello 0,39 per cento sulla base stabilita di via Antico Squero, pari a 9.015.800 euro. L’intervento quindi costerà 8.980.109,38 euro a cui andranno aggiunti 44.471 euro di attuazione di piani di sicurezza.

In tutto, pertanto, i lavori per liberare il canale Piomboni del relitto dell’imbarcazione che dal 2010 è presente nelle acque ravennati costeranno 9.025.109,38 euro. Il ribasso è poi stato effettuato sui tempi necessari per ultimare i servizi. Dal numero di 140 giorni previsto nel bando, la Rete temporanea di impresa composta da Micoperi, Isolfin e Albatros ha ridotto a 135 le giornate necessarie a concludere l’intervento. La cordata ravennate ha battuto la concorrenza della maltese Mg e per vedersi definitivamente affidato l’incarico dovrà attendere i 30 giorni che la legge dispone per presentare ricorso al Tar.

Verso la demolizione

L’intervento sarà tutt’altro che semplice. Sarà infatti necessario un mezzo marittimo in grado di “caricare” la Berkan, eventualmente divisa in tronconi, per poi trasportarlo in un cantiere nautico e demolirlo. Una fase che potrebbe così mettere la parola fine ad una storia iniziata nel 2010 quando l’imbarcazione fu sostanzialmente abbandonata dall’armatore turco che ne deteneva la proprietà. Priverebbe i Piomboni, per lo meno, dell’ingombrante presenza fisica della vecchia nave che trasportava rinfuse secche perché le conseguenze giudiziarie della sua prolungata permanenza ravennate sono ancora ben lungi dall’essere concluse.

L’inchiesta

La vicenda del relitto semiaffondato aveva infatti fatto finire nel registro degli indagati il presidente dell’Autorità di sistema portuale, Daniele Rossi, con l’accusa di inquinamento ambientale, abuso e omissione di atti d’ufficio, assieme al segretario generale Paolo Ferrandino e al direttore tecnico Fabio Maletti. I tre erano stati anche sospesi dal gip e poi reintegrati dal Tribunale della Libertà. I giudici bolognesi avevano però, nelle motivazioni, dato peso alle accuse a presidente e vice, facendo eccezione, però, per il direttore tecnico Fabio Maletti, considerato dal tribunale felsineo estraneo a quelle «condotte omissive e commissive» che per l’accusa configurano i reati di inquinamento ambientale e omissione di atti d’ufficio. Tribunale della Libertà che ribadiva – alla luce delle plurime consulenze tecniche disposte dalla Procura – come a seguito del semiaffondamento «la compromissione di acque estese per un’area di 2.700 metri quadri di superficie, profonde in media una decina di metri, appare un evento tutt’altro che di significato talmente irrisorio da escluderne la portata penale», asserendo inoltre come in Pialassa Piomboni sarebbero morti a seguito dell’evento un numero di gabbiani compreso tra 43 e 87 esemplari, su un numero di volatili quantificato in circa 620 unità.

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