RAVENNA. Sembrava un caso di bullismo fra due giovanissimi alunni delle elementari, costellato di episodi di violenza particolarmente cruenti avvenuti – secondo i racconti della vittima – tra i corridoi di scuola e nel tragitto verso casa. Non è però per quelle lamentate vessazioni che la vicenda è finita ieri in tribunale. Troppo piccoli i bimbi per essere imputabili. Davanti al giudice per l’udienza preliminare Janos Barlotti è invece comparsa la mamma del presunto bullo, una 35enne del Ravennate. Doveva rispondere di violazione di domicilio e lesioni personali aggravate, sulla base della denuncia sporta nei suoi confronti dalla madre del bambino vessato. Secondo quanto contestato, il “cuore di mamma” l’avrebbe portata a reagire alle accuse nei confronti del figlio affrontando direttamente il compagno di scuola, in modo tutt’altro che civile: seguendolo fin dentro casa e approfittando dell’assenza della madre per percuoterlo, per poi minacciare anche i familiari il giorno successivo.

Eppure non si sarebbe usato fin qui il condizionale, se l’udienza di ieri non si fosse conclusa con un clamoroso capovolgimento dei ruoli e con l’assoluzione della donna perché “il fatto non sussiste”. Lo ha deciso il giudice sulla base di una serie di documenti prodotti dalla difesa della madre, assistita dall’avvocato Francesco Barone, che non solo ha dimostrato l’infondatezza della denuncia e la scarsa affidabilità del bimbo bullizzato, ma ha anche appurato che nei giorni dei fatti contestati l’imputata si trovava altrove.

Le violenze sullo scuolabus

I fatti risalgono alla prima metà di novembre del 2015, in un comune del Ravennate. Il più piccolo dei due scolaretti era tornato a casa col naso sanguinante lamentando dolore anche ad altre parti del corpo. Aveva poi aggiunto altri episodi descrivendo i contorni di una vera e propria “persecuzione”. Usando proprio tale termine, la madre aveva sporto querela descrivendo quel che era successo nei giorni seguenti. Aveva parlato agli insegnanti e al dirigente scolastico chiedendo di intervenire con la famiglia del bullo. Qualche giorno più tardi però, il figlio (rimasto a casa da solo mentre il nonno riposava nell’abitazione accanto) le aveva riferito della presunta irruzione, di essere stato spinto dentro casa dalla donna e di essere stato percosso con una bambola sulle mani, sulle gambe e sulla pancia. Inizialmente ritenuta attendibile la versione del piccolo, la donna era quindi finita davanti al gup affrontando un rito abbreviato condizionato dall’audizione di alcuni testimoni.

Un bimbo problematico

Sono stati però proprio i racconti discordanti e gli atti prodotti a fare emergere un quadro ben diverso, tale da indirizzare anche la procura (ieri in aula era presente il sostituto procuratore Lucrezia Ciriello) a chiedere l’assoluzione. Fra tutti, le relazioni degli assistenti sociali e degli insegnanti di scuola, che hanno descritto proprio la vittima dei presunti abusi come un bambino problematico, tendente a raccontare bugie per nascondere le malefatte. Le stesse percosse avvenute secondo il suo racconto sul bus non hanno trovato alcun riscontro nel certificato medico prodotto dal pediatra. Sono state le stesse maestre inoltre a segnalare il caso ai servizi sociali, anche alla luce di un ulteriore episodio a suffragio di una realtà dei fatti ben diversa. Portato di fronte al preside per l’ennesima marachella, l’alunno era scoppiato a piangere: mostrando i lividi su una gamba, aveva accusato i genitori, assicurando che se ma avessero saputo del rimprovero lo avrebbero “ammazzato di botte”.

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