RAVENNA. Messaggi al veleno dai toni minacciosi, conditi con insulti e frasi pesanti. Infine un’aggressione fisica, avvenuta in un luogo in cui mai ci si aspetterebbe che la violenza possa prendere il posto della preghiera: cioè un convitto gestito da suore. La testimonianza di un lockdown da incubo è finita nero su bianco nella denuncia sporta da una studentessa riminese di 23 anni, figlia di un noto sportivo romagnolo e iscritta a un corso di laurea a Ravenna. Le sue accuse riguardano una ragazza di 20 anni, come lei ospite all’istituto “Ghiselli Serve di Maria”, che durante il periodo nero dell’emergenza sanitaria l’avrebbe presa di mira fino all’episodio più grave, quello in cui l’avrebbe strattonata e scaraventata contro un mobile, nella sala adibita a cucina.
Un fatto avvenuto la sera 16 maggio scorso, davanti ad altre ragazze e a una delle religiose, indicate tra l’altro come testimoni. La querela è del giorno seguente ed è stata successivamente integrata con il deposito di un cd contenente scambi di messaggi testuali e vocali, e anche registrazioni di intere conversazioni. Allo stesso tempo la studentessa vittima delle presunte vessazioni non risparmia critiche alla direzione dell’istituto, che dopo due diversi interventi delle forze dell’ordine ha deciso di espellere entrambe le giovani.

“La spia”
Tutto era filato liscio, da quando a settembre la riminese era stata accolta nella struttura di via di Roma, pagando la quota per avere un alloggio durante i corsi come tutte le altre studentesse e alcune docenti. L’aria era però cambiata con l’ingresso di una nuova ragazza. «Mi sono sempre fatta i cavoli miei – racconta la 23enne –, ma ci sono stati comportamenti che ho ritenuto opportuno comunicare alla superiora». Sorvoliamo sui dettagli di quella lamentela, che stando a quanto risulta a chi scrive non è stato oggetto di denunce o altri provvedimenti. Sta di fatto che la compagna, in qualche modo informata della “spifferata”, non ha gradito affatto. I toni si sono scaldati: frasi del calibro “Ti massacro”, oppure, “La prima volta non ti ho messo le mani in faccia che se no te l’aggiustavo…, ti sputtano, te aspetta”. Finché le offese sono arrivate a toccare tasti familiari delicati.

Botte in cucina
La direzione, inizialmente, ha tentato di mediare. Ci sarebbe stata anche una chiamata di scuse ai genitori della riminese. Ma in un momento in cui le uscite erano limitate in virtù delle norme anti coronavirus, la convivenza forzata non ha fatto altro che acuire le tensioni. «A maggio anche mia madre è venuta di persona a parlare con le suore per evitare che ci fossero altri problemi – continua la giovane –. Quella sera stessa sono stata aggredita: mi ha preso per le braccia scuotendomi e spingendomi contro un mobile».
Con la denuncia sporta il giorno seguente, all’interno del convitto si è sollevato un ciclone. Accuse di furto, dispetti, l’ingresso di un avvocato per cercare di riportare la calma tra le ospiti.

Espulse entrambe
Finché a prendere la decisione più drastica è stata la stessa dirigente, che ha espulso entrambe le giovani. Contattata al telefono, suor Maria Teresa Ricci ne parla con la voce di chi ha scampato il peggio: «Si è trattato di un semplice diverbio tra due ragazze che erano nel convitto – minimizza –. La mia preoccupazione era che si facessero male». Bolla l’episodio come «un problema legato alla difficoltà di convivenza, in una piccola realtà in cui vengono ragazze da tante parti».

Cornuta e mazziata. Si sente così la 23enne che si è ora rivolta alla polizia e ora promette battaglia: «Il 13 di giugno ho fatto le valigie. Psicologicamente ne sto ancora pagando le conseguenze. Mi sono rivolta al centro antiviolenza. Mi è rimasta la paura e chiederò i danni».

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