Ravenna, l’ultima lettera dell’autista del 118 morto per Covid: “Grazie per la delicatezza nell’asciugare le mie lacrime”

RAVENNA Doveva essere, nelle intenzioni, la lettera di ringraziamento ai colleghi che lo avevano curato dal Covid, ma le sue condizioni, aggravatasi in un lasso di tempo strettissimo, non gli hanno permesso di scriverla. Gabriele Gazzani, l’autista del 118 morto di Covid a settembre, lo diceva sempre al suo amico Giuseppe Sanasi, volontario nella Pubblica assistenza: «Si parla tanto di sanità quando le cose non funzionano, e invece sarebbe bello leggere più lettere di ringraziamento». Così con Giuseppe, una delle persone che gli sono state più vicino nelle ultime ore, avevano deciso di scriverlo, quel ringraziamento. «Poi il 16 settembre Gabriele ci ha lasciato e a me è rimasto questo ultimo capitolo del libro straordinario che è stato negli anni il nostro rapporto», dice ora l’amico.
Che, il giorno dopo il funerale, ha preso carta e penna e ha provato ad immaginare cosa avrebbe scritto Gabriele alle persone che lo hanno accudito in quelle ultime ore. Ne è venuta fuori una lettera di cuore, inviata al Corriere Romagna, firmata “Gabriele per mano di Giuseppe”. Un messaggio postumo. L’ultimo atto di un’amicizia terrena.

«Dal letto della terza camera del reparto di pneumologia covid dell’ospedale di Ravenna beneficiavo di una piccola finestrella, e da lì spesso vi ho apprezzati in cuor mio, pensando che m’avevate concesso di osservare il cielo, al quale ho dedicato sovente le mie doti canore. Ebbene sì, sono Gabriele», è l’esordio della lettera che continua: «Sento il bisogno di manifestarvi la mia gratitudine per le innumerevoli piccole occasioni nelle quali il vostro servizio mi ha scaldato il cuore, alleviando le sofferenze procurate dalla piaga terrena che ha favorito il mio congedo. Grazie per la delicatezza con la quale avete asciugato le mie lacrime nei momenti in cui il mio indomito spirito stava venendo meno, grazie per la dolcezza che avete avuto verso il mio corpo. Grazie per avermi accudito, protetto e lavato quando le mie forze non acconsentivano l’espletamento in autonomia. Grazie per avermi servito i pasti con l’enfasi solita ai più grandi maggiordomi come fossero, seppur nella loro umiltà, delle pietanze regali. Grazie per aver acconsentito alla persona a me cara di porgermi un sorriso diretto, una carezza sul mio volto stanco e sofferente in presenza». La lettera cita poi l’ascolto e l’attenzione, le domande sulla musica e il modo in cui in reparto Gabriele non fosse mai solo. «Grazie a tutti voi, ma proprio tutti che lavorate in ospedale o sulle ambulanze, professionisti, volontari e che interpretate il vostro ruolo con la regalità di un principe e con l’umiltà di chi conosce i propri limiti».

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