Ravenna, l’opera non si ferma

Un “teatro in cerca di spettatori”: è così che si può definire il teatro Alighieri di Ravenna, da tanti mesi oramai vietato al pubblico, ma sempre e comunque in attività, prima con i concerti diretti da Riccardo Muti sul podio dell’Orchestra Cherubini, e ora con un’insperata inaugurazione della stagione d’opera e danza, ancora una volta però affidata alle riprese video e allo streaming. È emblematico il titolo scelto: L’Histoire du soldat. Perché se oggi il singolare capolavoro composto da Igor Stravinskij insieme all’amico scrittore Charles-Ferdinand Ramuz è chiamato a lenire il silenzio artistico causato dall’incredibile pandemia che stiamo vivendo, poco più di un secolo fa venne invece bloccato dalla leggendaria “spagnola”, che negli ultimi mesi del 1918 fece la propria comparsa e dilagò in Europa. Coincidenze della storia. E dire che il progetto di questo spettacolo «da leggere, recitare e danzare» era stato pensato per ovviare alle difficoltà di un altro disastro mondiale, la Prima guerra: per questo i due, al riparo in terra svizzera, si erano inventati una pièce “povera”, con pochi esecutori, pochi attori e agili scene da trasportare con facilità da un posto all’altro, come una sorta di carro di Tespi.

Tournée interrotta nel 1918

A sostenere l’idea era intervenuto Werner Reinhart, finanziere e musicista dilettante, ma la tournée progettata fu interrotta sul nascere e in quel fatidico 1918 si poté tenere una sola rappresentazione, il 28 settembre, a Losanna.

Ed è proprio a quell’unicum originale che guarda lo spettacolo in scena domani alle 18 su ravennafestival.live (dove sarà poi disponibile on demand). Infatti, il regista e interprete Luca Micheletti, chiamato alla testa di questa produzione, si rifà al copione originale recuperando le scene che il successivo rifacimento del 1924 avrebbe poi tagliato: egli stesso inoltre firma, insieme a Giusi Checcaglini, la versione italiana del testo di Ramuz.

Un testo per il quale lo scrittore svizzero, che già aveva collaborato con Stravinskij, attinge dai racconti russi di Afanas’ev, storie di matrice popolare e di cui esaltare il carattere universale: tra tutti il tema faustiano dell’anima venduta al diavolo (quella del soldato sta tutta nel suo violino) in cambio di felicità e ricchezza, e l’amara scoperta che ogni fortuna è precaria e che nulla può colmare la perdita di sé e della propria storia. Per uno spettacolo che è difficile definire e che rimane un caso isolato nella storia del teatro musicale: non è un’opera perché nessuno canta, non è un balletto anche se vi compaiono danze, non è un semplice dramma. Piuttosto è una storia “illustrata” da musica, scene e azione, tracciata sul filo di una narrazione in cui parola e musica si muovono con rivoluzionaria quanto efficace indipendenza.

Micheletti e i sette esecutori

Luca Micheletti, che si è imposto al pubblico ravennate da qualche anno, in particolare nell’ambito delle Trilogie d’autunno, come baritono eppoi anche come regista – si ricorda Carmen da lui diretta nel 2019 – ha già sperimentato il suo disegno registico in questo titolo, più di dieci anni fa, e lo riprende qui in una nuova produzione affidata alla direzione musicale di Angelo Bolciaghi alla guida di un manipolo di esecutori, sette come vuole Stravinskij; nonché alle voci recitanti oltre che di Micheletti stesso, nei panni del diavolo, di Massimo Scola in quelli del soldato, di Valter Schiavone come narratore e di Lidia Carew interprete della principessa, mentre il diavolo danzante spetta ad Andrea Bou Othmane.

Nota di servizio: per chi voglia assistervi su smartphone o tablet, la app di ravennafestival.live è gratuita.

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