Ravenna: l’Haydn di Valentini e De Angelis all’Alighieri

In una sorta di flusso ininterrotto, dall’ultimo atto della “Trilogia d’autunno”, che con Elio Germano e il suo Paradiso XXXIII ha segnato il ritorno a una platea senza limiti, si passa alla Stagione d’opera e balletto che s’inaugura al teatro Alighieri il prossimo sabato. In quello stesso teatro che anche durante il periodo del confinamento più duro non ha mai smesso di produrre, lasciando spazio agli artisti per provare e costruire nuovi spettacoli.

Come quello che, infatti, va in scena per questo nuovo inizio: “L’isola disabitata” di Franz Joseph Haydn. Una “azione teatrale” in due parti pressoché sconosciuta al grande pubblico, composta per la corte di Esterhazy nel 1779 su un libretto di Metastasio del 1752, qui affidata all’interpretazione di due giovani artisti ravennati: Luigi De Angelis alla regia e Nicola Valentini alla direzione musicale sul podio dell’ensemble Dolce Concento. In particolare, per Valentini si tratta di un debutto speciale: la prima volta con un’opera nel teatro della sua città, e in una stagione che lo vede fianco a fianco con il suo maestro di sempre, Ottavio Dantone, che dopo due settimane dirigerà l’Orfeo di Monteverdi.

«Coincidenze – sottolinea lo stesso Valentini – che certo alzano il grado di emozione: anche perché proprio per le restrizioni della pandemia non dirigo un’opera da due anni, ritrovarmi poi vicino a Dantone… l’ho sentito proprio pochi giorni fa, per il suo compleanno, e naturalmente abbiamo parlato anche di questo, dal proprio maestro non si finisce mai di imparare».

Con il Dolce Concento, che ha fondato nel 2014, ha già interpretato opere di Gluck e di Haendel, muovendosi poi anche oltre il repertorio barocco. Questa azione teatrale come si colloca nella storia della musica?

«Di solito nell’affrontare una nuova opera leggo prima il libretto, ma in questo caso mi son buttato subito sulla partitura: dopo poche righe ho avuto il dubbio che non fosse di Haydn, qualcosa nella struttura non mi convinceva… Egli la compone subito dopo aver assistito all’Orfeo di Gluck, e proprio ispirandosi alla sua “riforma” accantona lo schema recitativo secco/aria, utilizza invece il recitativo accompagnato e dà vita a una sorta di continuum musicale che si può definire sperimentale. È quindi un’opera significativa di uno di quei periodi di cambiamento che mi interessano sempre di più».

La trama è tragicomica: Gernando, dopo esser stato ostaggio dei pirati per anni, torna sull’isola dove ha lasciato l’amata moglie Costanza con la sorella minore Silvia, insieme a lui è l’amico Enrico di cui la giovane si innamora, completando la geometria della doppia coppia di innamorati. Si tratta di una vicenda ancora pienamente settecentesca, ma musicalmente cosa accade tra l’ouverture che molti definiscono “Sturm und Drang” e il complesso quartetto finale?

«È un’opera dalla duplice veste: barocca per alcuni aspetti e quasi classica per altri. Una duplicità che si rispecchia nelle due coppie: ai modi barocchi di Gernando e Costanza, gli adulti, si contrappongono quelli più moderni dei giovani Enrico e Silvia. È per sottolineare questa commistione che ho scelto di avvalermi in orchestra, come basso continuo, sia di un’arpa in chiave settecentesca, sia di un fortepiano che al posto del clavicembalo ci proietta in una sonorità ottocentesca. In modo da sottolineare di volta in volta gli “affetti” barocchi o gli stilemi musicali che anticipano il classicismo e, soprattutto, Mozart».

Le prove di questa produzione si sono tenute a gennaio: come è stato lavorare insieme a Luigi De Angelis, un regista dal segno tanto deciso?

«Il lavoro di progettazione in realtà è iniziato prima, e davvero abbiamo costruito insieme lo spettacolo. In Luigi ho trovato una straordinaria apertura e un vero rispetto nei confronti della musica: le sue scelte non sono mai slegate dalla partitura e anzi in essa trovano sempre la propria ragione. Eppoi, ad arricchire questo debutto devo anche ricordare che per diversi anni io e Luigi siamo stati vicini di casa, solo un muro separava i nostri due studi, mentre lui già elaborava i suoi lavori teatrali sentiva i miei esercizi musicali… E ora eccoci insieme all’Alighieri, dopo una chiusura forzata che ci ha fatto capire quanto fondamentali siano l’arte e la bellezza, e per noi interpreti anche quanto importante e irrinunciabile sia la relazione con il pubblico».

L’opera andrà in scena sabato 23 (alle 20.30) e domenica 24 ottobre (alle 15.30).

Info: 0544 249244 oppure www.teatroalighieri.org

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