Come «una vera e propria bomba ad orologeria, in grado di esplodere da un momento all’altro». Con queste parole il giudice per le indagini preliminari Janos Barlotti descrive Daniela Poggiali nell’ordinanza che la vigilia di Natale l’ha fatta finire nuovamente in carcere. Raggiunta dai carabinieri a casa della madre, a Conselice, l’ex infermiera dell’Umberto I di Lugo è stata portata in cella. A pesare sulla decisione, che ha accolto la richiesta presentata dalla Procura, è stata la sentenza pronunciata dallo stesso magistrato il 15 dicembre, nella quale la 48enne di Giovecca è stata condannata a 30 di carcere (in abbreviato) per l’omicidio del paziente 95enne Massimo Montanari. Un delitto avvenuto ormai oltre 6 anni fa, ma che secondo il giudice non esclude la possibilità che l’imputata torni ad uccidere.

«Socialmente pericolosa»

È quindi il pericolo di reiterazione del reato a legittimare l’arresto eseguito nei giorni scorsi. Una valutazione non scontata, in mancanza di una condanna definitiva: innanzitutto per il tempo trascorso dai fatti contestati, cioè dal 12 marzo 2014, quando l’anziano, ricoverato da alcuni giorni al reparto di medicina dell’ospedale lughese per un problema respiratorio, morì all’improvviso la notte prima di essere dimesso. Secondo il quadro accusatorio formulato dal procuratore capo Alessandro Mancini e dal sostituto procuratore Angela Scorza, fu l’infermiera a ucciderlo, mettendo in pratica una minaccia perpetrata circa 5 anni prima. Quando, il 3 giugno 2009, la Poggiali andò nell’azienda di Montanari, datore di lavoro dell’allora fidanzato (che sarebbe stato licenziato di lì a poco), minacciando sia lui che la segretaria: “State attenti di non capitarmi tra le mani perché io vi faccio fuori”. Questo, per l’accusa, il movente. L’occasione sarebbe poi arrivata con il ricovero del 95enne. L’arma del delitto, un’iniezione letale di cloruro di potassio, la stessa sostanza che l’infermiera avrebbe utilizzato il mese successivo, l’8 aprile, per provocare la morte di un’altra paziente, la 78enne Rosa Calderoni.

Nemmeno il fatto che frattempo l’Ausl Romagna abbia licenziato l’operatrice sanitaria e che nei suoi confronti sia pendente la radiazione dall’albo professionale sono – secondo il giudice – elementi «idonei ad escludere le esigenze cautelari». Perché entrambe le vicende, Montanari e Calderoni, sarebbero la prova delle «ingovernabili pulsioni criminali» della Poggiali, la quale avrebbe perpetrato i due omicidi, «così come quelli di chissà quanti altri, non individuati», agendo «con freddezza e lucidità», uccidendo «per il mero compiacimento che le deriva dall’essere arbitra dell’altrui sopravvivenza e dispensatrice di morte».

«Nessuno è al sicuro»

Una «personalità abnorme», scrive il giudice ricordando anche altri episodi, come i sedativi e i purganti somministrati in dosi massicce ai pazienti delle colleghe che voleva punire e le due foto che la Poggiali si fece scattare da un’altra infermiera con i pollici alzati e l’espressione di scherno accanto al volto di un’anziana di 102 anni appena defunta, «in un’imitazione macabra, grottesca ed irridente». In questa cornice – è la conclusione del gip – la professione sanitaria è stata solo la «semplice occasione» per dare sfogo a tali pulsioni, indicative della sua «assoluta spregiudicatezza» e del fatto che «nessuno può dirsi al sicuro al contatto» con lei, «né in ospedale, né altrove». Una valutazione che si somma infine a un’altra constatazione. La Poggiali ha sulle spalle una pena passata in giudicato di 4 anni e 4 mesi per una serie di furti in corsia, e in aggiunta alla recente condanna per l’omicidio Montanari, attende un nuovo processo per la morte di Rosa Calderoni; vale a dire l’Appello, il terzo, dopo l’ennesimo annullamento dell’assoluzione da parte della Corte di Cassazione. Un caso giudiziario più unico che raro, che ora vede la 48enne trovarsi «nella pericolosissima condizione psicologica (…) di chi ha poco o nulla da perdere». In altri termini, «un autentico pericolo pubblico» che era tornato in libertà. Fino a tre giorni fa.

Tra le testimonianze nel processo per la morte di Massimo Montanari, culminato con la recente condanna a 30 anni per Daniela Poggiali, il racconto della collega dell’imputata riveste un ruolo cruciale, tanto da meritare ampio spazio anche nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita giovedì. La vittima era ricoverata nel settore D del reparto di Medicina dell’ospedale di Lugo, confinante con quello in cui era di turno la Poggiali. Aveva riferito della singolare insistenza dell’imputata nell’offrirsi volontaria per sostituirla nel “giro delle glicemie”, in quanto lei era impegnata in un ricovero: «Le feci presente che non era necessario (…) ma lei insistette molto». Ecco che cosa accadde dopo, secondo la testimone: «La Poggiali mi venne incontro dicendomi che Montanari era morto. Io sbalordii dicendole che non poteva essere vero in quanto il paziente stava bene». Il racconto poi prosegue: «presi immediatamente il carrello di emergenza andando nella stanza» e alla dottoressa sopraggiunta «dissi per ben tre volte che stava bene e che non doveva morire». Era presente anche l’imputata, che «non disse una parola».

Sarebbero state altrettanto importanti le testimonianze dei compagni di stanza, purtroppo deceduti di lì a poco. All’infermiera dissero «che dopo che Poggiali era entrata nella camera e gli aveva fatto una puntura non sentirono più Montanari». Così chiese alla dottoressa se l’anziano, diabetico, fosse in terapia con l’insulina, ma «lei rispose di no». E ancora un interrogativo: «La Poggiali non poteva sapere che era morto se non tornando nella stanza». Per quale motivo farlo? «Lei mi disse che era rientrata perché passando davanti alla porta aveva visto Montanari immobile». Una giustificazione ritenuta strana: «…era sera, i pazienti dormivano e le luci dentro le stanze erano normalmente spente». FED.S.

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