Ravenna, l’esperta sul rischio terremoti: “Lo stoccaggio di C02 è sicuro”

Di una cosa la professoressa Rossella Capozzi è certa: il rischio di provocare terremoti per quanto riguarda attività estrattive e di stoccaggio (metano o CO2) nei giacimenti esauriti di gas è conosciuto e controllato. Proprio per questo le attività vengono sempre svolte con un attento monitoraggio dei siti, al fine di evitare condizioni di rischio. La coordinatrice del corso di laurea di Scienze Geologiche all’Università di Bologna, a lungo docente a Scienze Ambientali a Ravenna, conosce gli aspetti legati alla carbon capture e allo stoccaggio di anidride carbonica nel sottosuolo.

Professoressa Capozzi, in cosa consiste lo stoccaggio di CO2?

«Si tratta di una delle soluzioni tecnologiche sulle quali da decenni vengono portati avanti progetti pilota. Se non sono andati avanti in modo significativo non è tanto per problemi scientifici o tecnologici ma piuttosto perché non erano convenienti economicamente. Ora invece, con la necessità di tagliare le emissioni di CO2 il vantaggio economico e sociale può diventare molto interessante per le aziende in grado di lavorare ai progetti di carbon capture and storage»

Una delle preoccupazioni principali sollevate è la possibile attivazione di faglie sismiche. Cosa ci può dire su questo punto?

«Che possiamo stare tranquilli. Come dicevo, lo stoccaggio è studiato da molti anni e non ci sono stati problemi, i monitoraggi effettuati, e quelli sempre più evoluti che la ricerca mette a disposizione, sono in grado di tracciare eventuali spostamenti e fuoriuscite in tempi lunghi. Dal punto di vista tecnologico ci sono sistemi avanzati di controllo sugli impianti e sulle pressioni di esercizio per iniettare la CO2, anche perché sono note le pressioni originarie dei giacimenti e di quelle di sfruttamento del gas o dell’olio che sono stati estratti. Nessuno del resto vuole prendersi il rischio di provocare terremoti».

Lei ha seguito il progetto norvegese, come sono andate le cose là?

«Ho letto molto delle attività in Norvegia, loro sono più pragmatici di noi. Sono circondati da piattaforme ma investono tantissimo sull’ambiente, mentre l’Italia è piena di problemi. In ogni caso questi progetti si stanno moltiplicando in tutta Europa e ormai conosciamo bene la tecnologia, sappiamo che non ci sono problemi scientifici. Le scelte, semmai, sono politiche».

Un altro tema di cui si parla molto è il blocco delle estrazioni e il possibile legame con la subsidenza. Cosa dice la scienza a riguardo?

«Non c’è una risposta univoca. Sappiamo di certo che per l’abbassamento del suolo nelle regioni costiere pesa di più l’estrazione delle acque di superficie rispetto a quella del gas metano che si trova a migliaia di metri di profondità. Ogni giacimento però fa storia a sé: dipende dall’estensione e dalla profondità degli orizzonti sfruttati. Sappiamo che il giacimento Angela Angelina ha dato problemi di subsidenza, anche se ormai non è più in esercizio, perché il giacimento profondo è vicino alla costa».

Quindi il blocco delle estrazioni non è giustificato?

«È una scelta politica. L’Italia ha deciso di andare in una certa direzione e in questo senso ci può stare. Ma se mi chiede se dal punto di vista scientifico lo sia, le dico che non è possibile dare una risposta netta e del resto la scienza raramente ne ha. Ogni giacimento ha una storia a sé, è possibile comunque giudicare l’impatto ambientale di ogni piattaforma con i dati in nostro possesso e anche in tempi celeri».

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