«Ciò che cerco di fare attraverso le mie opere è analizzare la figura umana all’interno della società contemporanea. Cerco di far emergere le diverse sfaccettature delle persone nei diversi contesti nei quali vivono». Matteo Succi, ravennate, laureato al Conservatorio, è un giovane artista visivo, autodidatta, che crea usando il computer.

Conosciuto come Svccy, si avvicina all’arte visuale quasi per gioco attirato dalla corrente artistica Vaporwave, nata su Internet intorno al 2010: «Mi sono sentito attratto da questo movimento che rappresenta con nostalgia un passato futuristico che non è mai esistito, la cui prima espressione è stata un connubio tra musica e immagini finto vintage».

Rimandi alla scultura classica e a quella neoclassica di Rodin si intersecano con scenari post-apocalittici di grandi Mall americani abbandonati, anzi ultimati e mai utilizzati: «Sono un artista visuale che cerca di allontanarsi da ciò che è definito ‘tradizionale’. Tutte le mie immagini sono processate al computer. Creo ‘collage-art’, unendo immagini che apparentemente non c’entrano nulla tra di loro, dove la luce e la giusta angolatura diventano fondamentali. Alcune delle foto che utilizzo sono mie; altre le prendo da Internet, quelle senza i diritti d’autore; altre ancora mi sono state donate da fotografi o appassionati».

Matteo, quando crea, si lascia ispirare dal momento e anche dalla musica, parte fondamentale della sua vita: «Mi piace variare un po’ tra i diversi generi, e ciò che mi appassiona di più della Vaporwave sono gli elementi nostalgici degli anni ‘80 e ’90. Immagini di videogiochi, richiami alla cultura giapponese, atmosfere finto vintage, colorazioni eccessive, insieme a busti romani e a immagini di luoghi abbandonati. Ciò che si viene a creare è qualcosa di volutamente falso. Molti artisti della Vaporwave non hanno vissuto quegli anni, e nemmeno io, ma ne ho respirato le sensazioni attraverso gli oggetti con cui sono cresciuto in casa, come cassette e videoregistratori appartenute ai miei genitori».

Con le sue opere, Matteo ha partecipato a vari festival, concorsi e mostre di respiro internazionale: «Tendenzialmente stampo le mie opere su un supporto di alluminio 40×40, ma ultimamente sto producendo anche dei formati più grandi o rettangolari. Nel novembre scorso, alcune mie opere sono state selezionate per una mostra collettiva ‘Connexion Festival Rome’ organizzata dalla Rome Business School. Quest’estate ho esposto anche a Ravenna, al Bar Belli e al Ristorante Osteria Passatelli durante una performance di danza».

Verso la sua prima personale

Le sue immagini raffigurano la condizione umana di oggi: «Rappresentano la variante più oscura e introspettiva della società. In Forgotten, un’opera del 2019, che fa parte di una serie di immagini contraddistinte dai colori scuri, la grande testa di una statua è inserita in un contesto abbandonato. Si tratta di un’ennesima struttura incompiuta o dimenticata che popola le nostre città. Con le mie opere cerco di analizzare il problema della cementificazione selvaggia, del consumo indiscriminato del territorio».

Colori saturi, immagini in 3D, profili di statue e panorami di città futuristiche si coniugano con atmosfere dalle sfumature malinconiche e quasi irreali: «Melancoly, del 2020, appartiene a un trittico di statue inserite in scenari cittadini, e vuole sottolineare il senso di estraneità, spaesamento e disagio dell’individuo che viene divorato dall’incertezza dell’ambiente in cui vive».

La prossima personale di Svccy, curata da Magazzeno Art Gallery, sarà esposta alle Artificierie Almagià, all’interno della manifestazione Visibile, il 14 e il 15 novembre 2020.

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