Ravenna, i dieci anni dal “nevone” che paralizzò la città

RAVENNA – Centouno centimetri. Di più ne era caduta soltanto nel 1929 – ma non troppa: si era arrivati a 106 – così il febbraio del 2012 è passato alla storia come l’anno del “nevone”. Sono passati dieci anni da quella notte tra il 31 gennaio e il primo febbraio, quando la neve cominciò ad imbiancare Ravenna accumulandosi come non si è mai più visto da quel giorno in avanti. Tutta la Romagna fu paralizzata dall’evento. Ravenna, città di costa e pianura non abituata alla coltre bianca, fu frastornata da quel febbraio che vide in 12 giorni cadere oltre un metro di neve. Tanto da sballare le statistiche: «La neve è un fenomeno poco frequente a Ravenna – spiega il metereologo Pierluigi Randi –, così se si guarda alla media del decennio quello tra il 2010 e il 2020 sembra molto più nevoso degli altri. In realtà le nevicate del 2012 influiscono molto sui dati». Quel mese nevicò tre volte in città: il primo febbraio, il 4 e il 5 e il 10 e l’11. «Il primo e il terzo evento furono i più copiosi», specifica Randi che proprio questo mese ha in uscita un libro di cui è coautore sulla “neve in Pianura Padana nella Climatologia e nella storia”.

Negli occhi dei ravennati sono ancora fresche le immagini del centro storico bloccato dalla “dama bianca” che ricopriva chiese e monumenti, con l’accumulo di neve che si ingrossava dalla decina centimetri della costa al mezzo metro sui rilievi. «Quel giorno c’erano condizioni molto particolari, era già molto freddo anche in pianura a causa di aria proveniente dalla Siberia – riprende Randi –. La neve è molto difficile da prevedere perché è necessario che a partire dallo strato in aria in cui si formano normalmente i fiocchi, dai 1.500 ai 4.000 metri, a terra ci sia una temperatura tale che faccia sì che non si trasformino in acqua. L’80% delle precipitazioni che vediamo nascono, in atmosfera, come neve. Basta però, ad esempio, una corrente dall’Adriatico affinché si sciolga e si trasformi in pioggia. Quel giorno del 2012 sapevamo che, date le condizioni termiche, se ci fosse stata una precipitazione sarebbe stata neve». Venne giù «molto fitta perché i fiocchi contenevano poca acqua». Rispetto alla nevicata del 1929, quando il manto bianco rimase a terra fino a marzo inoltrato, dieci anni fa si sciolse in sole due settimane. «Questo è l’effetto del cambiamento climatico che ha innalzato la temperatura media di circa un grado – dice ancora Randi – e che fa sì che siano più difficili gli accumuli a terra».

Negli ultimi dieci anni le nevicate degne di nota sono state poche. «Nel febbraio 2013 ce ne fu una normale, nel marzo 2018 l’ultima con un accumulo di circa dieci centimetri in città». C’è stato poi l’evento del 9 gennaio scorso ma è stato piuttosto debole. Ravenna non è una città in cui la neve si vede spesso ma nel terzo millennio è diventata un’ulteriore rarità. «Dal Dopoguerra e fino agli anni Novanta solo per tre anni – negli inverni tra il 1972 e il 1975 – non si è vista la neve a Ravenna città». Dal 2000 in poi si è notato in generale una scomparsa della neve a gennaio, con lo spostamento verso la stagione primaverile delle nevicate. Ce ne sono state, di recente, tre a marzo: nel 2010, nel 2011 e nel 2018. Sono gli eventi tardivi che spaventano gli agricoltori perché colpiscono i primi germogli, mentre in generale la neve invernale è un fenomeno positivo: «Rilascia lentamente acqua sciogliendosi e protegge i terreni», spiega Randi. Per questo, anche se a seconda dei gusti la neve in pianura può essere amata o odiata, di certo la sua progressiva scomparsa è un altro problema del cambiamento climatico.

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