Ravenna, finti contratti di lavoro per i permessi di soggiorno

RAVENNA – C’è chi figurava come donna delle pulizie, chi come addetto al volantinaggio. Nell’elenco delle professioni attestate per fare richiesta del permesso di soggiorno non mancavano professioni meno comuni, o comunque caratterizzate da una certa competenza specifica, come esperti di web marketing o di computer design. In realtà nessuno aveva un vero contratto di lavoro. Tutt’altro. Attratti dal miraggio dei documenti per regolarizzare la propria permanenza in Italia, pagavano anche svariate migliaia di euro. Un meccanismo che è costato l’arresto per chi forniva il servizio di patronato fittizio; madre e figlia, Lia Apostoli Monti (61 anni) e Maria Antonietta (29 anni), oltre al 73enne Marcello Frassineti, sono finiti ai domiciliari alla luce di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari Sabrina Bosi. La misura restrittiva, notificata dai carabinieri del Reparto Operativo, vede anche tre persone indagate, un 32enne italiano, un 28enne somalo e un 35enne pakistano, tutte residenti a Ravenna e accusate di essersi prestate come datori di lavoro fittizi.

L’inchiesta coordinata dalla Procura di Ravenna trae origine dalle denunce sporte da alcuni extracomunitari, che nel corso degli ultimi due anni si sono rivolti all’agenzia AEmme di via Cesarea, dove madre e figlia esercitavano offrendo appunto servizi e consulenze per stranieri. Sono almeno 30 quelli individuati nel capo d’accusa provvisorio. Stando alle prime indiscrezioni emerse alla luce di passate vicende giudiziarie a carico delle stesse persone, gli aspiranti titolari del permesso di soggiorno arrivavano a pagare anche 4mila euro pur di riuscire ad avviare la pratica con l’ufficio immigrazione. L’agenzia si occupava di inoltrare le istanze telematiche sul portale istituzionale del Ministero dell’Interno, con dati fittizi per cercare di passare un primo controllo ed essere accolte.

Incassati i soldi, molte delle pratiche, se non tutte, venivano respinte. E così gli extracomunitari si ritrovavano con un cerino in mano. Contratti di sei, otto o dodici mesi, contemplavano impieghi come addetto al controllo prodotti, oppure all’assistenza clienti. Non mancavano nemmeno lavori a tempo indeterminato nel mondo dell’informazione, come il caso di due sedicenti giornalisti. Più credibile, seppure altrettanto fittizia secondo gli inquirenti, la professione di traduttori assunti dalla ditta individuale “Freelance Vip” della 61enne. Con la notifica dell’ordinanza, i sei indagati, ai quali vengono contestate violazioni del Testo unico sull’immigrazione e del Decreto Flussi (tra i legali nominati figurano gli avvocati Alessandro Cristofori del Foro di Bologna e Luca Donelli di Ravenna) potranno essere sentiti. Nei confronti dei tre arrestati è atteso a giorni l’interrogatorio di garanzia davanti al gip.

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