Ravenna festival, grande chiusura con Muti e la Cherubini

Sul podio dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, Riccardo Muti ha concluso la 33ª edizione di Ravenna festival con un programma inconsueto e che non ha mancato di riservare sorprese al pubblico. Un programma che Gregorio Moppi, nel programma di sala, definisce «un teatro della mente», ovvero il «sogno dei romantici: collegare l’arte dei suoni a ogni altra arte, in un sistema interconnesso, multimediale, che fa comunque della musica l’arte regina». «Tre pezzi – continua Moppi – che chiedono al pubblico anche una concentrazione visiva: ascoltare mentre il pensiero ripercorre, ricostruisce e rielabora testi o immagini».
In apertura, la Sinfonia in do maggiore “Roma” di Georges Bizet attraversa l’Italia in un immaginario viaggio musicale da Roma a Venezia e Firenze, per concludersi a Napoli. Poi “Il lago incantato” di Anatolij Konstantinovič Ljadov, che così scriveva del suo poema sinfonico: «Com’è pittoresco, com’è chiara la moltitudine di stelle che aleggiano sui misteri degli abissi. Solo la natura – fredda, malevola e fantastica come una fiaba. Bisogna sentire il cambiamento dei colori, la quiete incessantemente mutevole e l’apparente immobilità». Infine, il poema sinfonico “Les préludes” di Franz Liszt da Alphonse de Lamartine, di cui lo stesso Muti racconta l’ispirazione: «La vita non è altro che una serie di preludi in un inno oscuro la cui prima nota è intonata dalla morte».
La serata è stata l’occasione per consegnare il Premio Ravenna Festival alla fotografa Silvia Lelli che «da oltre 40 anni ha ritratto – assieme a Roberto Masotti, compagno d’arte e di vita recentemente scomparso e con il quale aveva creato l’inconfondibile marchio di fabbrica Lelli&Masotti – il mondo delle arti performative con stile sobrio e antiretorico. Il suo talento lo ha messo da tanti anni al servizio anche di Ravenna festival».
«Si può essere fotografi o fotografi artisti – ha sottolineato Riccardo Muti, consegnando il premio –, creatori che fanno della fotografia un’opera d’arte: è quello che Silvia Lelli ha fatto per anni. Molte sue immagini sono strumento irrinunciabile della storia dell’arte e del teatro».

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