Ravenna, femminicidio scritto nel diario: “La uccido con l’amante”

Era pronto a uccidere non solo la moglie, ma anche l’amante. Secondo lui, il motivo della crisi coniugale che perdurava ormai da circa un anno era l’esistenza di un altro uomo. Lo avrebbe tolto di mezzo anche con un coltello comprato apposta, qualora non fosse riuscito a procurarsi la pistola e le munizioni necessarie per assassinare tutti e poi suicidarsi.

E’ una confessione che fa gelare il sangue quella che emerge dagli appunti scritti da Santo Serrano nei due blocknotes sequestrati dai carabinieri di Ravenna con il suo arresto, avvenuto nel primo pomeriggio di domenica, pochi minuti dopo avere mostrato l’arma clandestina carica alla compagna e averle detto, “o con me, o senza di me”. Annotazioni riportate nell’ordinanza vergata dal giudice per le indagini preliminari Andrea Galanti, con la quale è stato disposto il carcere per l’autotrasportatore 57enne originario di Paternò (Catania) ma residente da una trentina d’anni a San Pancrazio.

Gli appunti choc

Gli appunti nei quali l’uomo aveva annotato le sue intenzioni omicide sono stati trovati sul tavolo della cucina di casa. Una sorta di diario dell’orrore, aggiornato fin dalla vigilia dello scorso Natale, il primo trascorso senza la famiglia. In quei giorni Serrano scriveva, “Spero di riuscire a passare queste feste senza uccidermi”. Nello stesso, aggiungeva “ormai la morte non mi fa più paura, anzi la desidero ma non prima di aver fatto quello che devo“. E proseguiva rivelando di aver “comprato un coltello e un pezzo di legno in modo che se riuscissi a prendere lei con l’amante anche se non ho la pistola non mi lascerò scappare l’occasione di fargli male a tutti e due”. Emerge nello stesso manoscritto l’idea di togliersi la vita impiccandosi subito dopo, “ora vado a preparare la corda così se dovessi fare tutto di fretta almeno quella è pronta perché non voglio farmi prendere vivo dalla polizia”.

Aveva provato la pistola

Verso le ultime pagine di uno dei due blocchetti, il 57enne accennava all’arma, probabilmente la stessa Beretta calibro 7,65 che i carabinieri gli hanno sequestrato domenica, custodita illegalmente nel cruscotto dell’auto con la quale era andato a trovare la moglie nel bar in cui lavorava. “Stasera ho provato la pistola, funziona, mi servono ancora un paio di proiettili giusto per essere sicuro di potermi sparare anche io”. Non aveva ancora deciso quando, “domani e domenica 13 e avrò gli ultimi proiettili che mi servono e poi non so se lo faccio domani o deciderò di aspettare di prenderla insieme a qualcuno”.

Ora sulla provenienza dell’arma sono in corso le indagini coordinate dal sostituto procuratore Marilù Gattelli. Stando a quanto emerso dai primi accertamenti degli inquirenti, risulta censita in banca dati come acquistata nel settembre 2018 da un 51enne residente in Lazio e mai denunciata come rubata, smarrita o venduta. L’inchiesta comprende anche l’approvvigionamento delle munizioni, per un totale di 34 proiettili sequestrati, di cui 8 già inseriti nel caricatore.

L’ultimatum

Domenica verso mezzogiorno, Serrano si è dato appuntamento con la moglie al bar per discutere della separazione che lui stesso aveva chiesto. La crisi risaliva al giugno dell’anno scorso, legata alla crescente gelosia dell’uomo, dovuta all’ossessione del tradimento. “Vado via, ti lascio stare”, le ha detto. Ma dal parcheggio non se n’è mai andato. Ha richiamato invece la donna e facendola salire in auto le ha chiesto un’ultima chance, con parole che ora suonano come un ultimatum: “Se ritorniamo insieme rimango a Ravenna, se non torniamo insieme me ne vado”. Di fronte al rifiuto della vittima, ha estratto la pistola che aveva dietro la schiena, impugnandola senza puntargliela contro. “Ho due proiettili”, le ha detto prima di vederla scappare e rifugiarsi dentro al bar, dove la collega ha dato l’allarme.

Difeso dall’avvocato Giorgia Montanari, il 57enne, incensurato e con un unico precedente per reati contro la famiglia risalente a 23 anni fa, si trova ora in carcere accusato di minaccia aggravata e detenzione illegale della pistola e delle munizioni. Per il gip c’è un concreto pericolo di reiterazione, riscontrato nello «spessore» della «pianificazione del progetto di sangue», e nella ricerca degli “strumenti” per compiere il delitto, fra i quali l’arma che si era ripromesso di usare dopo l’addio.

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