Ravenna, il comandante Roberto Faccani addestrò donne poliziotto in Afghanistan

«Le immagini della fuga dalle città, specialmente da Kabul, sono impressionanti e danno in parte la dimensione della gravità della situazione, ma ricordiamocelo bene che il dramma dell’Afghanistan è solo all’inizio: se ne parlerà per molto tempo e dovremo rimboccarci le maniche, perché quei 5mila chilometri di distanza hanno trasformato la rotta balcanica in un fiume in piena». È l’amara previsione del comandante Roberto Faccani, da sempre volontario in molteplici contesti internazionali. Dal 2015 è direttore della sezione cooperazione civile-militare dell’Istrid e come volontario della Croce Rossa si è occupato dell’accoglienza di molti profughi afgani, tra i quali una trentina nel Lughese. Le immagini attuali gli ricordano il suo primo intervento a Kabul nel lontano 2001, all’indomani dell’attacco Nato. «Ci occupavamo di supporto umanitario all’Unhcr che aiutava i profughi in fuga da Kabul in fiamme e quelli che rientravano dal Pakistan e dall’Iran vedendo cadere il regime talebano – racconta Faccani –. Si trattava di consegna di alimenti, cucine, tende, generi di prima necessità. È durato vent’anni, con tutta una serie di sostegni alle fasce deboli della popolazione e di supporto a ospedali, scuole, orfanotrofi e associazioni per la tutela della donna. Tra gli interventi che ricordo con più soddisfazione, spiccano il trasporto di 12 ambulanze a Kabul e la ristrutturazione del pronto soccorso di Herat. In quest’ultima provincia mi sono occupato di sicurezza, formando ed equipaggiando i pompieri e la polizia stradale». È proprio lui a confermare che oggi quel caos ingovernabile rischia di diventare la normalità. Uno scenario che per chi l’ha vissuto significa solo una parola: sofferenza, dalla quale bisogna scappare. «In questi ultimi anni – prosegue – mi sono occupato dell’accoglienza di tanti ragazzi afgani arrivati in Italia attraverso la rotta balcanica. Fuggivano dalle zone rurali e questo era il segno inequivocabile dell’avanzata dei talebani: era inevitabile e altrettanto evidente, quanto meno dal 2015 quando la Nato iniziò a parlare di ritiro. Da allora si sono organizzati molto bene, e lo si vede da come maneggiano le armi».

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