Ravenna, fa la spesa in orario d’ufficio: cancelliere a processo

Ha deciso di difendersi dalle accuse di assenteismo contestando nel merito le prove che due anni fa gli sono costate sei mesi di sospensione. Una scelta che, letteralmente, lo ha portato a cambiare lato della scrivania: dagli uffici del Giudice di Pace, dove lavora come cancelliere, alle aule penali del tribunale, nelle vesti di imputato. Il processo nei confronti del funzionario pubblico 49enne accusato di truffa aggravata ai danni dello Stato alla luce di svariate uscite senza timbrare il cartellino, si è aperto ieri davanti al giudice monocratico Antonella Guidomei, che ha concesso un rinvio per citare i primi testi della Procura, ieri rappresentata dal vice procuratore onorario Claudia Lapazi.

Le lamentele

Un tipo “chiacchierato” il cancelliere. Nella primavera del 2020, nei mesi precedenti al provvedimento di sospensione richiesto dal già procuratore capo Alessandro Mancini, contro di lui erano piombate svariate segnalazioni di un certo peso: il 13 febbraio era arrivata quella dell’allora presidente del tribunale, raccogliendo le lamentele di altri colleghi riguardo i comportamenti ritenuti non conformi. Ma anche l’Ordine degli avvocati aveva manifestato un certo malcontento da parte degli iscritti, a disagio nel rapportarsi con il dipendente dell’ufficio pubblico, specialmente alla luce di ritardi e assenze prolungate durante l’orario di lavoro e a causa anche di un atteggiamento percepito come scortese.

Pedinato al supermercato

Le successive indagini lo avevano colto sul fatto. Nell’arco di 12 giorni, tra il 5 e il 20 marzo, erano state riscontrate assenze di varia durata, alcune delle quali immortalate dalle telecamere dell’edificio di piazza Bernini: dai 4 minuti il 5, poi 12 il giorno successivo, fino al picco di 20 minuti riscontrati il 16 e il 20 marzo. Fatta la somma, il provvedimento di sospensione aveva quantificato 101 minuti di assenza ingiustificata spalmati in otto uscite concentrate in quel periodo ristretto e considerate all’epoca dal giudice per le indagini preliminari Corrado Schiaretti, solo “la punta di un iceberg”. Episodi che avevano avuto come apice alcune circostanze più eclatanti: come le capatine n orario di lavoro nel vicino supermercato, dal quale il 49enne rientrava con tanto di inconfondibili sportine della spesa. Così, il 20 marzo i carabinieri lo avevano seguito alle 13.50 fino al negozio, per poi fermarlo. Lui si era giustificato sostenendo di avere regolarmente timbrato, cosa però non risultata dai controlli nei registri.

Nel processo che entrerà nel vivo a luglio troverà spazio anche la difesa dell’imputato, assistito dall’avvocato Stefano Dalla Valle. Riottenuta a suo tempo la revoca della sospensione con ricorso al Riesame, è probabile che punti su elementi già abbozzati in sede di interrogatorio: il fato che le prime contestazioni siano sorte in un clima di forti contrasti tra colleghi, animato da ripicche e antipatie personali e il presunto malfunzionamento in determinate giornate del sistema elettronico per segnare la presenza. Quanto ai limoni nei sacchi della spesa fuori orario, il dipendente si era giustificato tirando in ballo il covid: aveva sostenuto di volerli usare come disinfettante, in un periodo in cui alcol e igienizzanti scarseggiavano.

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