Ravenna, energie alternative: l’assurda guerra contro la burocrazia

«I tecnici del ministero si impegnano a venirci incontro, ma le regole sono farraginose. Per l’eolico oltre le dodici miglia nemmeno esisteva una prassi». Alberto Bernabini va avanti col progetto Agnes. Il suo è tra i primi presentati, ma è lui stesso a spiegare come siano oltre quaranta le progettualità per quel tipo di produzione di energia rinnovabile a mare. Tutte in attesa di autorizzazioni e fondamentali per l’autonomia energetica del Paese, di cui molto si parla dall’inizio della guerra fra Russia e Ucraina.

L’amministratore di Qint’x e della stessa Agnes è da mesi al lavoro per portare ad un parco eolico da 75 pale posizionate tra i 22 e i 26 chilometri dalla costa Ravennate (con propaggini che toccano il mare di fronte alla riva Riminese), cui verrà abbinato il fotovoltaico galleggiante e la produzione di idrogeno verde.

Un piano che si stima avere un costo di 1,8 miliardi di euro e che è l’unico ad aver ricevuto un primo finanziamento pubblico: 70 milioni dal dl Fondone.

calvario burocratico

Completare l’iter autorizzativo è per tutti un iter lungo e difficile: «È stato annunciato un decreto, che possa portare una semplificazione nei permessi e che inserisca incentivi. Nel settore lo aspettano tutti – spiega ancora Bernabini -. Anche perché è dal 2014 che non vengono mossi passi in tal senso».

E la situazione è la medesima per tutti i progetti: «Verosimilmente noi siamo anche avvantaggiati rispetto ad altri, essendo partiti prima. All’interno della struttura del Ministero della Transizione ecologica, comunque, è stata creata una commissione i cui tecnici cercano di aiutare i progetti ad avanzare. Parallelamente però – spiega Bernabini – gli esperti che dovevano congegnare la semplificazione normativa sono stati, dopo un anno, solo nominati. E ancora del loro lavoro non c’è traccia». Per la procedura di Valutazione di impatto ambientale, per prendere il caso di Agnes, servirà ancora circa un anno: «I contatti con Roma sono molto intensi ed ormai abbiamo un’idea piuttosto approfondita dell’iter a cui dovremo attenerci per conseguire la Via. Ci attenderà una campagna di rilievi di vario tipo, tra cui lo studio della fauna marittima nella vasta zona interessata. Essere i primi è stato un vantaggio – prosegue l’ad di Qint’x – ma per alcuni versi abbiamo dovuto aprire la strada. Per esempio mancavano regole codificate sulle autorizzazioni relative gli impianti oltre le 12 miglia marine. E tutto il nostro campo eolico supera quella distanza. C’è voluto tempo e fortunatamente abbiamo trovato collaborazione al Mite».

La distanza dalla costa superiore alle 12 miglia è in realtà un elemento strategico, perché permette un miglior dialogo con le comunità locali ed evita l’effetto Nimby (acronimo di not in my backyard; “non nel mio giardino”, usato per esprimere la contrarietà a progetti nel proprio territorio ndr).

Quello che ha molto rallentato, invece, il progetto a Taranto, primo campo eolico offshore italiano, partito con l’iter procedurale nel 2008 e che ha montato la prima pala eolica un mese fa: «Stiamo collaborando attivamente al progetto Beolico di Renexia, società del gruppo Toto – conclude Bernabini -. In questa fase di commissioning siamo facilitati dall’avere ingegneri cinesi e specialisti in materia organizzativa e conoscitori delle varie certificazioni. Perché MingYang, produttore cinese di pale eoliche (lo stesso che ha visitato le aree di Sapir e potrebbe portarvi un’industria, ndr), è al primo progetto offshore in Italia e quindi erano necessarie in cantiere figure che avessero dimestichezza sia con quel mondo che con l’ambito normativo italiano. La fase di completamento e messa in funzione delle turbine ci vedrà pertanto presenti e si prolungherà, probabilmente, fino ad aprile».

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