Ravenna e la libera scelta di nome e genere. L’Arcigay: “Lodevole iniziativa”

Il liceo artistico di Ravenna si candida ad essere la prima scuola in Romagna ad attivare la “carriera alias” e si potranno scegliere nome e genere. Una iniziativa che trova il plauso dell’Arcigay e del suo coordinatore regionale Marco Tonti.

Presidente Marco Tonti, il liceo artistico “Nervi-Severini” di Ravenna ha attivato il riconoscimento della “carriera alias”, quanto è importante questo provvedimento?

«Da insegnante di scuola superiore ne sono molto felice – risponde il coordinatore regionale Arcigay -. Trovo sia molto importante questa iniziativa perché è la prima in Romagna. Da molto tempo ormai tutte le università lo permettono, ma le scuole superiori sono ancora solo poche decine a livello nazionale. E invece quella delle superiori è proprio l’età in cui emergono queste consapevolezze e in cui il corpo si trasforma irreversibilmente. Sapere che il tuo ambiente scolastico è accogliente alleggerisce di un enorme peso questi ragazzi e ragazze e ti può dare l’opportunità di gestire la tua situazione prima del compimento dello sviluppo puberale. Viene subito al pensiero la giovanissima Greta Berardi che con la sua famiglia conduce questa battaglia da anni».

Perché è così importante?

«Prima di tutto bisogna capire che è un segnale di inclusione a 360 gradi, di attenzione alla dimensione umana di ogni studente. E poi perché permette alla persona di non sentirsi abbandonata dall’istituzione in un momento di scoperta spesso difficile e pieno di angoscia».

È ancora difficile per un giovane fare coming out e perché?

«Fortunatamente è sempre più facile anche grazie alla comunicazione social, dove non ci sono solo fake news e estremismi ma anche vite vissute di ragazzi e ragazze. Ma se sul piano della consapevolezza interna abbiamo fatto molti passi avanti, purtroppo basta fare un giro a scuola e guardare i muri dei corridoi, dei bagni o dietro le sedie per vedere quanto ancora la parola “gay” – o peggio – sia usato come un insulto. Non deve sorprendere che sia ancora difficile quando hai 14 anni e scopri che il bersaglio di quelle infamie ce l’hai tu addosso. Per l’identità di genere, poi, è ancora più difficile anche per via dell’orrida campagna di diffamazione di ragazzi e ragazze trans condotta da una certa destra».

Condiziona di più la famiglia o l’ambiente sociale in cui si vive?

«Come dicevo si leggono e sentono dichiarazioni vergognose fatte da politici, e questo certo non aiuta, ma sicuramente la paura più grande è quella di deludere i propri adulti di riferimento come genitori e parenti, o di perdere le amicizie. È una pressione enorme a cui sono sottoposti i giovani e le giovani LGBTQI, alla quale purtroppo si aggiunge anche il bullismo omotransfobico. Se con i genitori a volte è necessario fare un percorso, per esempio anche con l’aiuto del nascente centro antidiscriminazioni LGBT di Ravenna, almeno la scuola ora offre ai giovani e alle giovani un sostegno su cui contare. Per i genitori esiste Agedo per la Romagna, l’associazione dei genitori di omosessuali e trans che fanno un lavoro eccezionale».

In Romagna c’è discriminazione nei confronti di chi si sente di un sesso diverso da quello di nascita?

«La Romagna è una terra straordinaria, generosa e accogliente, e per questo mi piacerebbe poter rispondere che no, non ci sono discriminazioni. Purtroppo tante cronache e tantissimi fatti che non arrivano mai ai giornali dimostrano che non esistono isole felici. Ogni cerchia di tutela deve essere costruita e difesa con forza, non ci si può affidare solo alla buona disposizione delle persone».

Questa intolleranza è più presente tra i giovani o tra le persone in là con gli anni?

«Sicuramente tra le persone più grandi, anche se vorrei dire che questo non succede sempre per cattiveria ma soprattutto per fattori culturali: non hanno gli strumenti per comprendere questi fenomeni, se ne sentono spaventati e reagiscono male. È la stessa paura che viene trasmessa anche a figli e figlie e che magari poi agiscono in aula. Anche per loro sapere che un’istituzione scolastica ha preso una posizione di questo tipo credo potrebbe essere un aiuto profondo, che li può fare sentire meno soli e anche meno preoccupati per il futuro dei loro figli e delle loro figlie. Poi invece c’è la politica che strumentalizza la situazione senza conoscerla, e credo che ciò sia vergognoso perché si parla di vite umane».

Episodi di violenza nei confronti di omosessuali e transgender sono frequenti?

«Purtroppo ancora sì, e molto. Ragazzi e ragazze buttate fuori di casa, aggredite dalla famiglia, licenziate dal lavoro, bullizzate a scuola. L’assenza di un reato specifico spinge le persone a non denunciare perché lo vivono come una inutile ulteriore sofferenza, ma si privano così di tutela. Non sempre le forze dell’ordine hanno la capacità di comprendere questi episodi, né la delicatezza per trattare le vittime, ma devo dire che anche grazie all’attività di Oscad, l’osservatorio nazionale contro i crimini d’odio, le cose stanno cambiando».

Quando fu bocciato il ddl Zan una parte del Parlamento plaudì in segno di giubilo. Secondo lei, sulle tematiche legate ai diritti civili la classe politica italiana è in linea con l’idem sentire della società civile?

«Ecco, a proposito di reati senza nome. Il Ddl Zan, che estendeva la legge Mancino anche a omotransfobia, le persone avrebbero potuto dare un nome a quella violenza. Purtroppo la politica è terribilmente autoreferenziale, ragiona in termini di consenso invece che in termini di benessere e di tutela. Ma se non si guarda con occhi umani alla sofferenza delle persone fragili, anche se sono una minoranza, come si fa a fare una politica che possa cambiare il mondo in meglio?».

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