Ravenna, dimesso il calciatore positivo al coronavirus. In quarantena, familiari, amici e fidanzata

Ravenna, dimesso il calciatore positivo al coronavirus. In quarantena, familiari, amici e fidanzata

RAVENNA. È stato stato dimesso ieri dal Santa Maria delle Croci il calciatore 21enne della Pianese originario di Lugo risultato positivo al coronavirus. Trascorrerà la quarantena a casa – come del resto era stato ventilato già dalle prime ore successive al suo ricovero al reparto Malattie infettive dell’ospedale di Ravenna – alla luce di un quadro clinico che non destava particolari preoccupazioni. Al momento rimane l’unico caso di contagio in provincia, in un bilancio che vede salire a 16 i casi positivi in Romagna, di cui 15 nel Riminese.

Quarantena per familiari e amici
Contestualmente al ricovero del giovane sono state attivate le procedure dell’Ausl per contenere la diffusione del virus. Per i familiari, genitori e nonni, sono scattati gli accertamenti necessari, valutando la quarantena, così come nei confronti della fidanzata del ragazzo, a sua volta contattata dal personale medico. L’importanza di stringere il cerchio sulle frequentazioni del 21enne dal giorno del suo ritorno a casa è dovuta proprio alla necessità di mantenere circoscritta la possibilità di ulteriori contagi. Anche perché sarebbe stato proprio l’entourage della squadra senese ad avere veicolato fra giocatori e staff il Covid-19.

Lo sportivo, infatti, da tempo si trovava fuori regione indossando la casacca della squadra di Piancastagnaio, in provincia di Siena, che militari in serie C. Era tornato a casa dopo la trasferta di domenica contro la Juventus U23, approfittando della sospensione degli allenamenti. Primo a manifestare i sintomi, già sabato della scorsa settimana, era stato un suo compagno; non è stata sufficiente la decisione dei medici di isolarlo dagli altri giocatori in via precauzionale. Proprio ieri la società ha reso noto che il numero dei calciatori infetti è salito a quattro, oltre a un altro componente dello staff risultato positivo. Tutta la squadra, personale tecnico e dirigenti presenti alla trasferta di domenica scorsa hanno scelto la quarantena fiduciaria di 15 giorni, pur senza manifestare al momento i sintomi tipici del virus.

«In provincia 28 i casi sospetti»
A delineare un quadro della situazione ravennate alla luce del primo paziente, è la direttrice del Dipartimento Sanità Pubblica dell’Ausl, Raffaella Angelini: «Ci troviamo di fronte al caso di una persona contagiata fuori, rimasta nel nostro territorio due giorni prima dell’isolamento. È un caso che non ci preoccupa particolarmente». Prosegue in parallelo il monitoraggio dei casi sospetti: «Ne abbiamo 28 in tutta la provincia. Sono a loro volta in quarantena sotto sorveglianza attiva nelle loro case. Sono isolati dai rispettivi familiari, devono misurarsi la temperatura due volte al giorno e vengono intervistati quotidianamente dal personale sanitario. Al momento nessuno di questi ha manifestato sintomi tali da rendere necessario un tampone». Sulla prospettiva del contagio la dottoressa è cauta: «Dobbiamo vigilare e procedere “a vista”. Non credo che la situazione di Ravenna dipenda da questo caso, ritengo che al momento sia ancora una zona non interessata».

Il bilancio in regione: 217 positivi
Diverso invece il bilancio aggiornato in regione nel tardo pomeriggio di ieri, che conta 217 casi positivi, in maggioranza con sintomi lievi. Di questi, 116 sono curati a domicilio. A Piacenza il picco del contagio ha raggiunto 138 casi, seguita dai 35 a Parma, 22 a Modena, 15 a Rimini, 4 a Reggio Emilia e, ieri, i primi 2 a Bologna. Salgono invece a quattro i decessi, con la morte di un 83enne e di una 81enne a Piacenza e a Parma. In tutto sono 86 le persone ricoverate, a cui si aggiungono 11 pazienti in terapia intensiva.

Gli effetti al pronto soccorso
Gli effetti di questa “conta del contagio” si sono visti al pronto soccorso di Ravenna, così come negli altri ospedali della regione, sotto forma di un calo vertiginoso degli accessi. «Dimostrazione – riflette Angelini – che dietro al ricorso al triage spesso non c’è una vera emergenza. La preoccupazione che l’ospedale possa essere un luogo di contagio ha portato a una brusca diminuzione del flusso di pazienti, in un periodo vicino al termine del picco influenzale. Un paradosso che penso non sia mai verificato – conclude -. Ora però la situazione sta tornando ai numeri di sempre».

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