Ravenna, corruzione all’Ispettorato: le motivazioni della condanna

RAVENNA – Il cartellino marcatempo scambiato per “coprirsi” reciprocamente sulle assenze, i certificati medici per malattie dubbie, ma soprattutto le bustarelle percepite da numerosi imprenditori locali per avere soffiate sui controlli. È una macchia enorme sulla Direzione territoriale del Lavoro di Ravenna difficile da cancellare, quella descritta nelle 153 pagine di motivazioni della sentenza firmata dal giudice Janos Barlotti, che il 15 luglio 2019 ha condannato in abbreviato rispettivamente a 5 e 4 anni di carcere (il sostituto procuratore Angela Scorza ne aveva chiesti 6) il responsabile del Servizio Ispettivo dell’ufficio di via Alberoni, Gianfranco Ferrara, e il sottoposto Massimo Siviero, con interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. In quelle pagine sono motivate anche le condanne (dai 9 mesi ai 2 anni e 8 mesi) per alcuni degli imprenditori indagati, e cioè l’ex titolare del Pineta Enrico Cangini, il patron del ristorante La Campaza, Fausto Donzellini, il titolare del Bagno Singita, Filippo Christian Falsarella e la proprietaria dell’hotel Miami di Milano Marittima, Angela Bertini, mentre per il Caffé della Rotonda, Massimo Natali ha patteggiato un anno e 8 mesi. Il titolare del ristorante La Pousada ha invece scelto di andare a dibattimento, infine l’allora direttrice pro tempore della Dtl e altri 3 imprenditori sono stati assolti.

“Corruzione, un metodo collaudato”

Rapporti «alquanto opachi persino nelle ipotesi in cui non risulta comprovata la responsabilità penale». Inizia con questa premessa il giudice nel descrivere tutte le relazioni che i due pubblici ufficiali avevano con «diverse aziende del territorio, soggette alla loro competenza ispettiva», almeno fino al novembre del 2015. È la corruzione la più grave fra le accuse rivolte ai due ispettori, messa in pratica abitualmente utilizzando anche un linguaggio in codice e secondo un «collaudato modus operandi volto a sviare i sospetti di chi li stesse eventualmente intercettando». Perché le intercettazioni c’erano eccome.

La lettera anonima

Gli inquirenti avevano iniziato a seguire i passi dei due ispettori da quando, nel dicembre 2014, una lettera anonima firmata da “imprenditori e lavoratori dipendenti di Milano Marittima” indirizzata al Ministero del Lavoro aveva accusato con nome e cognome proprio Siviero, sostenendo che da anni ricattava con la complicità di altri colleghi e soprattutto “del suo capo” gli imprenditori della città dei vip. Si accennava anche alla sua “seconda attività”, nella discoteca Pineta, dove impartiva dritte ai dipendenti del locale su che cosa avrebbero dovuto dire in caso di controlli. A suggerire che quelle accuse fossero fondate era stato in particolar modo il conto in banca dell’ispettore: oltre ai quasi 95mila euro dovuti allo stipendio da statale, percepiva numerose altre entrate, tra le quali quasi altri 99mila euro tra assegni e contanti versati, per un totale di 279mila euro.

Telefonate ascoltate

Intercettazioni sulle conversazioni, riprese video negli uffici della Direzione territoriale del Lavoro di via Alberoni, hanno poi fatto emergere, scrive il giudice, «il rapporto di forte complicità esistente tra Ferrara e Siviero», finalizzato a informare i gestori di locali “amici” o “protetti” riguardo gli accertamenti su lavoratori e contributi, affinché non venissero colti impreparati. Ferrara, in qualità di responsabile dell’ufficio, era a conoscenza dei controlli a sorpresa in programma, e direttamente o tramite il sottoposto informava gli imprenditori. Per il magistrato quelle “soffiate” sommano alla corruzione anche «il reato di rivelazione di segreto d’ufficio». E non vi sono dubbi sul fatto che «il duo Ferrara & Siviero otteneva un tornaconto di carattere patrimoniale per i servizi illeciti, prestati a favore degli imprenditori “amici” o protetti: pranzi e cene gratis (per loro due), o a prezzo di favore (per i commensali)», oltre a bottiglie di vino e consumazioni. Quando però le ispezioni suggerite in anticipo non si verificavano, non era raro che gli esercenti chiedessero spiegazioni, sempre parlando in codice (“i documenti”, “la raccomandata”).

Il “ragazzo bisognoso”

Per Ferrara c’è anche l’accusa di occultamento di atti, per una serie di pratiche rinvenute nel suo ufficio, «che hanno un comune denominatore: riguardano segnalazioni relative ad imprese “amiche” o d’interesse per l’imputato, in quanto i titolari erano soggetti conosciuti che si prestavano ad assumere soggetti segnalati dal pervenuto». Tra questi un “ragazzo bisognoso” con il quale l’ispettore aveva un rapporto affettivo, raccomandato per essere assunto in un ristorante, «secondo una logica perversa di vero e proprio mercimonio della funzione pubblica … al di fuori di una qualsivoglia regola normativa e deontologica».

Le truffe dei cartellini

«Ferrara strisciava il cartellino in ingresso, di buon mattino, alle 7.27 e dopo appena tre minuti usciva senza strisciare, diretto in officina». Passaggi come questo occupano ben 37 pagine della sentenza, con orari e destinazioni. E tra queste qualcuna era finalizzata proprio alle soffiate di cui sopra, in un giro di interessi scoperchiato quando qualcuno fuori da quel palazzo ha trovato il coraggio (e la dignità) di ribellarsi.

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