Ravenna, corruzione all’ispettorato: due mesi al bancario “talpa”

RAVENNA – Il suo nome era stato tirato in ballo da un funzionario dell’Ispettorato del lavoro indagato per corruzione, nel corso di una telefonata intercettata. Sfogandosi con un confidente, aveva riferito di essere uscito da un calvario psicologico iniziato nel luglio del 2015, quando cioè un “amico che lavorava in banca” gli aveva rivelato che il suo conto corrente era sottoposto a particolari accertamenti. Quella conversazione – solo una fra le tante estrapolate nell’ambito della maxi inchista “Black job”, culminata l’anno scorso con la condanna (rispettivamente a 4 e 5 anni) del dipendente in questione e del suo superiore – era bastata per aprire un fascicolo per favoreggiamento nei confronti del bancario, un 44enne originario di Forlimpopoli, all’epoca direttore della filiale dell’istituto di credito nei pressi di via Alberoni, in cui il funzionario della Direzione territoriale del Lavoro aveva il conto. Ieri, quella “soffiata” gli è costata la condanna a due mesi (pena sospesa). Così ha deciso il giudice Roberta Bailetti, a fronte di una richiesta presentata dal sostituto procuratore Angela Scorza di un anno.

Il messaggio e la visita a casa

Tra le carte in mano alla Procura non c’era solo quella conversazione, bensì una serie di contatti tra i due. Il funzionario della Dtl, infatti, aveva avviato le pratiche per aprire un mutuo, che tuttavia era stato bloccato alla luce di un “alert” visibile ai soli dirigenti di filiale. Si trattava di un avviso attivato dall’aprile precedente, non appena l’ufficio relazioni con l’Autorità Giudiziaria della banca aveva ricevuto la richiesta mirata a controllare le movimentazioni nel conto. Nel frattempo il direttore era stato trasferito in un’altra sede; eppure, alle 16.19 dell’8 luglio, aveva scritto al correntista: “Dove abiti, passo da casa tua”. In quell’incontro a quattrocchi, secondo l’accusa, il bancario gli avrebbe rivelato che alla base del diniego per il mutuo c’era una verifica di natura finanziaria o penale, di fatto rivelandogli un’informazione ancora coperta da segreto istruttorio.

La difesa

Prima della requisitoria del pm, è stato l’imputato stesso a dare una propria versione dei fatti, affidando poi l’arringa al difensore Michele Dell’Edera. «Ho voluto arrivare a fine giudizio per evitare il licenziamento», ha riferito aggiungendo di essere stato «tempestato di chiamate anche dopo il mio trasferimento, perché il cliente mi accusava di avergli fatto perdere la caparra del mutuo non concesso». Da qui, secondo il legale, le ragioni di quell’incontro sotto casa: interrompere quello «stillicidio di chiamate». Inoltre – ancora la linea difensiva – il bancario non avrebbe rivelato alcuna informazione coperta da segreto, perché a lui ignota; avrebbe solamente dato informazioni di carattere generale per spiegare le possibili cause della decisione presa dalla banca sulla richiesta di finanziamento.

Extra in discoteca e concerti

Eppure è in quella visita a domicilio che la Procura vede un comportamento inusuale rispetto a un normale rapporto tra bancario e correntista. E tra le carte giocate dall’accusa a suffragio dell’ipotesi che i due si conoscessero al di là dell’ambito lavorativo, ci sarebbero anche le reciproche “attività parallele”. Il funzionario dell’Ispettorato era infatti solito arrotondare lo stipendio lavorando in una discoteca di Milano Marittima; mentre il bancario suonava in un noto gruppo musicale, molto attivo nei locali della Riviera. Da qui il sospetto che quell’ “amico che lavora in banca” fosse proprio il direttore; insomma, una talpa, che aveva rischiato di mandare all’aria la maxi inchiesta.

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