L'ingresso all'ufficio del giudice di pace

RAVENNA. Contro di lui solo «un gioco delle alleanze». Un insieme di ripicche, antipatie personali e tentativi di altri colleghi di «giocare d’anticipo» per difendersi a loro volta da critiche o eventuali provvedimenti disciplinari; per la difesa sarebbe stato tutto questo a innescare l’indagine culminata con la sospensione per sei mesi nei confronti di un cancelliere del Giudice di Pace, accusato di truffa aggravata ai danni dello Stato per essersi assentato in orario di lavoro per andare a fare la spesa. Lo si legge nelle 55 pagine del ricorso al Riesame presentato dall’avvocato Stefano Dalla Valle, legale del 48enne indagato, per chiedere l’annullamento della misura interdittiva emessa il 2 aprile dal giudice per le indagini preliminari Corrado Schiaretti su richiesta del procuratore capo Alessandro Mancini.

Diritto alla pausa caffè
Prima di esaminare quel «livore preventivo», il difensore del cancelliere si concentra sulle ragioni giuridiche alla base dell’impugnazione. A partire dal diritto stabilito per legge di ogni dipendente pubblico alla pausa caffè «di durata non inferiore a dieci minuti». Sarebbe riconducibile a tale diritto buona parte delle otto uscite ingiustificate elencate nel capo d’imputazione tra il 5 e il 20 marzo e filmate dalle telecamere di sorveglianza poste all’ingresso del palazzo. Tutte, rimarca la difesa, sono avvenute quando gli uffici erano chiusi al pubblico, dunque senza creare quelle «disfunzioni» citate nel provvedimento del gip. Così l’avvocato ribalta la prospettiva: se quella sorta di routine che vedeva il cancelliere assentarsi poco dopo l’ora di pranzo coincide con la pausa caffè, allora non dev’essere colta come «spiccata tendenza alla reiterazione», bensì come «diligenza».

Limoni contro il virus
E i sacchetti del supermercato filmati dalle telecamere in mano al cancelliere? Portare generi alimentari in ufficio non è sinonimo di fare la spesa, rimarca il ricorso, che trova una spiegazione anche al rientro del lavoratore immortalato con una confezione di limoni in mano. Quelli, spiega in buona sostanza il difensore, erano usati come disinfettante anti Covid-19, in alternativa agli igienizzanti che già in quel periodo andavano a ruba.

Il guasto al badge
Ce n’è anche per il sistema di marcatura installato a novembre dell’anno scorso, che secondo l’analisi dei tabulati fatta nelle indagini della polizia giudiziaria non sarebbe mai stato utilizzato dal cancelliere durante le assenze. Ebbene, prosegue il ricorso, in quel periodo sarebbe stato guasto per alcune ore in due giornate. La stessa tessera in uso al 48enne avrebbe funzionato a singhiozzo; a testimoniarlo i plurimi tentativi del lavoratore di timbrare, con tanto di inequivocabili mosse di disappunto filmate dallo stesso sistema di videosorveglianza («allarga le braccia in segno di sconforto per la manata timbratura e compie ulteriori gesti in tal senso»). C’è spazio pure per un calcolo dell’ipotetico tempo che sarebbe servito per uscire e andare a fare la spesa nel vicino supermercato In’S di viale Alberti: 17 minuti minimo, abbozza la difesa. Se il tempo è conciliabile con le due uscite da 20 minuti contestate dall’accusa, non lo è con quelle più brevi, da 4 minuti o poco più. «La giustificazione logica», continua il documento depositato ieri, è che il cancelliere andasse nell’archivio al piano terra del palazzo.

Regali di Natale spariti
E si arriva in chiusura a quel «gioco di alleanze» di cui si parlava, desunto dal legale leggendo le segnalazioni (quelle dei presidenti di tribunale e ordine degli avvocati, e quella di alcuni colleghi) e le testimonianze contro il dipendente dell’ufficio pubblico. Poco prima che partissero alcune “spifferate” interne, il cancelliere aveva lamentato per iscritto la sparizione di alcuni doni natalizi lasciati sotto l’albero del Giudice di Pace. Aveva anche chiesto di poter visionare i filmati delle telecamere di sorveglianza per incastrare il presunto ladro di panettoni, vini e cibarie. A questa richiesta, presentata a fine gennaio e preceduta da altre segnalazioni di carattere operativo riguardo le mansioni di un sottoposto, non era seguita alcuna risposta. Due settimane dopo, invece, era giunto sui tavoli della procura il primo esposto sulle sue uscite “clandestine”. Una visione «gravemente viziata da ragioni di inimicizia» scrive il legale. E se così non fosse, allora prova anche a quantificare quel «danno rilevante» contestato dal giudice nel motivare i sei mesi di sospensione. Nella peggiore delle ipotesi, i 101 minuti complessivi di assenza varrebbero 21,02 euro. Un conteggio fatto a partire da uno stipendio di 1.799,58 euro; che ora, nel caso il ricorso venisse respinto, sarà comunque corrisposto, seppur decurtato del 50 per cento.

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