Ravenna, campionessa e scrittrice. I mille ruoli di Manù Benelli

Da abile regista del volley, ad allenatrice fino a scrittrice. Sissignori, la mitica Manù Benelli, icona della pallavolo ravennate e miglior palleggiatrice italiana di tutti i tempi, tanto da entrare nella Hall of fame della pallavolo, ha deciso di mettere nero su bianco la sua storia. Non per vezzo e nemmeno per celebrare i tantissimi successi (11 scudetti consecutivi, 6 Coppe Italia, un Mondiale per Club e 2 Coppe dei Campioni oltre a 325 esperienze in maglia azzurra e un bronzo europeo con la Nazionale), ma per lanciare un messaggio importante alle giovani atlete. “Fuori dal corpo – La voglia e la forza di essere unici” (Edizioni Lab Dfg) è il titolo del libro presentato nei giorni scorsi alla città dalla stessa Benelli, accolto con grande interesse ed entusiasmo.

Manuela Benelli è stata una giocatrice capace di scardinare l’armata russa di Karpol grazie alla velocità impressa alla sua regia, in anni in cui solitamente la palla viaggiava a velocità molto più basse. E in anni in cui il suo modo di palleggiare era “fuori dal corpo” come lo definì Pupo Dall’Olio; era inusuale e inizialmente visto da molti come un difetto. Un difetto che in realtà è stata la vera forza di Manù Benelli e che ha dato un’impronta fondamentale e una svolta alla pallavolo femminile.

Manù come è nata l’idea di scrivere un libro?

«L’idea c’era da tanti anni, mancava il come, nel senso che non volevo fare un libro tecnico, solo autobiografico. Poi con l’incontro con gli editori giusti sono riuscita a dare la giusta collocazione a quello che volevo fare. E’ una biografi in cui viene spiegato come sono riuscita a diventare la giocatrice che sono stata e quali sono state le motivazioni. Tutto quello che poi mi ha portato al mestiere di allenatrice. Partiamo dalla filosofia fuori dal corpo, cioè a fare in modo che la caratteristica unica di ognuno di noi, vista dai più come un difetto, possa diventare un’arma vincente. È un invito a non cadere negli stereotipi di come devono essere gli atleti in generale. Il compito di noi allenatori è quello di scovare le caratteristiche uniche ed esaltarle. Vorrei far capire a tutti, soprattutto ai giovani atleti, in che modo un difetto può diventare una caratteristica che ti rende unico».

Nel libro emerge di più la giocatrice o la persona?

«In realtà il dilemma è: io sono così perché ho fatto la palleggiatrice oppure ho fatto la palleggiatrice perché sono così come persona? La risposta è probabilmente tutte e due, ancora non l’ho trovata. Abbiamo lavorato a quattro mani con il giornalista Fabio Benvenuti, che mi ha aiutato a dare un senso a tutto quello che avevo da raccontare, il mio fiume in piena. Alla fine credo che sia stato dato il taglio giusto al libro. Dentro c’è la Manù giocatrice e la Manù persona. Ognuno è la sua storia, nel libro c’è quello che sono e che sono stata».

Tra le righe emerge anche il tuo rapporto con la città e quello tra la città e la pallavolo?

«Certo, viene esaltato tantissimo il rapporto con la città, il libro aiuta a comprendere ad esempio come questo fenomeno della pallavolo si sia sviluppato proprio a Ravenna, c’è l’aspetto che ci ha reso così grandi. Ad emergere è soprattutto il concetto di squadra, è un racconto che esalta anche la carriera che abbiamo fatto come Olimpia Teodora in quegli undici anni magnifici. Ci sono pensieri di molte delle protagoniste e di come mi vedevano. E c’è anche un capitolo dedicato ad Alfa Garavini, che ci ha lasciato da pochissimo, una figura importante, sempre presente nella mia vita, che mi ha dimostrato grande stima sia quando ero una giocatrice che come allenatrice».

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