Ravenna Calcio, per i giudici nessun disegno dietro al fallimento

Ventiquattro pagine di motivazione per sancire una verità processuale che si potrebbe sintetizzare così: il fallimento del Ravenna Calcio non fu causato da un piano strategico doloso, ma fu la conseguenza di una serie di errori gestionali e di inadempienze non attribuibili ai vertici societari di allora.

Non ci fu dunque, secondo i giudici di appello, «infedeltà ai doveri imposti dalle cariche o atti intrinsecamente pericolosi per la salute economica finanziaria dell’impresa”.

Questo il percorso logico e giuridico che lo scorso primo giugno ha portato al ribaltamento in secondo grado della sentenza di condanna per l’ex presidente Gianni Fabbri, per il figlio Flavio e per l’ex vice presidente (poi passato a sua volta al vertice) Antonio Ciriello. Tutti precedentemente condannati in primo grado rispettivamente a 4 anni e due anni di reclusione e poi assolti dall’accusa di bancarotta fraudolenta, un dissesto finanziario provocato, secondo l’accusa della procura ravennate, sommando distrazioni di fondi, operazioni di bilancio per così dire “creative” e sponsorizzazioni fittizie, messe in atto per mascherare un quadro societario considerato nettamente in crisi.

Il tracollo giallorosso

Per la Procura Generale – che con il pg Luciana Cicerchia aveva chiesto la conferma delle pene comminate in primo grado al termine del rito abbreviato – i tre dirigenti nel 2012 avrebbero agito in modo tale da far figurare sulla carta che la società fosse in attivo, mascherando in realtà conti in rosso, già negli anni in cui la squadra gravitava tra Serie B e C. Così quell’anno era sopraggiunto il fallimento.

Ma sulle finanze e sulla fine del Ravenna Calcio si erano messi gli uomini della Guardia di Finanza, in cerca di riscontri su quelle sponsorizzazioni e sovvenzioni rimaste secondo l’accusa solo sulla carta.

Connessi al declino della società sportiva, secondo quanto contestato, sarebbero stati i patti con società come Seaser, all’epoca gestore di Marinara, che si era impegnata a corrispondere 320mila euro in due anni o come Marinagest (società a cui Seaser aveva affidato la gestione del porto turistico di Marina di Ravenna), che avrebbe dovuto corrispondere 130mila euro. Al posto di quelle sovvenzioni, il Ravenna avrebbe incassato solo un controvalore economico a compensazione, pari a quattro posti barca, di valore inferiore a quello messo nero su bianco nel contratto. A questo si aggiungeva anche l’accusa di avere distratto fondi in un momento ormai critico. In primo grado, l’8 febbraio 2019, l’impianto accusatorio aveva portato il gup di Ravenna, Andrea Galanti, a condannare tutti e tre gli imputati.

La difesa

Secondo il ricorso dei legali (gli avvocati Ermanno Cicognani, Giovanni Scudellari e Antonio Primiani), le operazioni economiche disposte dai dirigenti avrebbero comunque fatto arrivare nelle finanze della società risorse economiche prima inesistenti, vedi i 100mila euro della sponsorizzazione con la Carburanti del Candiano (come riconosciuto dagli stessi giudici di Appello). E durante “l’era Fabbri”, il passivo sarebbe stato comunque coperto da risorse come i crediti legati al parco giocatori, al settore giovanile, e ad altre liquidità ottenute da enti pubblici e privati. Insomma, il Ravenna Calcio non sarebbe fallito. Fu la gestione successiva – questa lla tesicomune dei difensori – a portare la società alla disfatta. Dopo il passaggio, la nuova amministrazione non iscrisse la squadra al campionato successivo. Questo avrebbe provocato una svalutazione complessiva, dando il colpo di grazia. Un’impostazione difensiva sostanzialmente accolta dai giudici di Appello che definiscono alcune delle ipotesi accusatorie “non supportate da alcuna prova”.

L’assoluzione per tutti e tre gli imputati è arrivata con la formula de “il fatto non sussiste” nel caso di una sponsorizzazione non ancora incassata ma messa a bilancio per i giudici sarebbe invece scattata la prescrizione già al momento della sentenza di primo grado.

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