Alcuni reati sono prescritti, e di questo la Procura generale di Bologna ha preso atto nel chiedere la conferma della sentenza di primo grado, nel processo in appello per la bomba tedesca da 700 chili di tritolo “pescata” nel 2010 nel canale Candiano, poi spostata e inabissata nelle acque della pialassa Piomboni. Per Fabio Maletti, all’epoca segretario generale di Autorità portuale, sono infatti estinte tutte le accuse, tra le quali quella di non avere avvisato le autorità competenti riguardo l’ordigno risalente alla seconda guerra mondiale, ritrovato durante i lavori di approfondimento del canale da parte della draga belga Altaverde, che stava svolgendo i lavori per conto della Sidra (Società italiana dragaggi) e della Cmc. In primo grado era stato condannato a 5 mesi e 10 giorni in abbreviato. Con lui anche il manager della Cmc Giorgio Calderoni e il comandante della draga, Christophe Pol Christian Van Der Berghe, che erano stati riconosciuti colpevoli dal gup Piervittorio Farinella, con pene rispettivamente di 10 e 4 mesi. Per loro la prescrizione dei reati di “attentato alla sicurezza dei trasporti” e “rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro” potrebbe – in caso di condanna – alleggerire la sentenza.
Il ritrovamento
Ieri, è durata oltre un’ora l’arringa dei difensori (gli avvocati Ermanno Cicognani, Luigi Stortoni, Domenico Benelli, Filippo Sgubbi e Tommaso Guerini), per poi lasciare alla prossima udienza eventuali repliche prima della decisione del giudice, su un episodio che continua a essere ricordato in città. Il rischio di quello spostamento, d’altronde, era stato altissimo. Ma altrettanto elevata era la posta in gioco; denunciando il ritrovamento, il rischio di bloccare i lavori e fare lievitare i costi sarebbe stato certo. Così l’ordigno era stato trasportato in gran segreto lungo il Candiano e poi inabissato nelle acque della pialassa. E lì sarebbe rimasto, non fosse stato per un’intercettazione nell’ambito di un’inchiesta della Guardia di finanza di Bari sui lavori al porto di Molfetta.
Il “bambino” lungo il canale
La voce ascoltata nelle conversazioni era quella del manager della Cmc: «Il bambino trovato nel Candiano – disse Calderoni a un collega – lo abbiamo spostato. È un bambino di quelli che scoppiano». Da qui si erano aperti nuovi orizzonti investigativi, che avevano portato, il novembre di quell’anno al recupero della bomba e alle operazioni di bonifica che avevano comportato l’evacuazione a Marina di Ravenna e Porto Corsini in un raggio di 200 metri dalle sponde del canale. Si spiega così anche l’elenco delle accuse poi formulate nel 2013 dal sostituto procuratore Isabella Cavallari, che contemplavano anche la violazione degli articoli 2 e 4 della cosiddetta “legge sulle armi”, in particolare la detenzione e il trasporto di materiale esplosivo.
Nel processo di primo grado erano in tutto nove gli imputati. Tre sono stati assolti, mentre altri tre – il capo pilota del porto di Ravenna, il direttore del cantiere per la Cmc dei lavori di dragaggio e il responsabile tecnico della Sidra – hanno patteggiato pene tra i 6 e gli 8 mesi.

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