Su un totale di circa 5,8 milioni di euro congelati, i cinque principali indagati nell’inchiesta sulla Mib Service hanno ottenuto l’annullamento di una buona fetta del maxi sequestro preventivo, che si è ridotto così a circa 413mila euro. È quanto disposto dal collegio presieduto dal giudice Antonella Guidomei (con a latere Andrea Chibelli e Natalia Finzi), che ha accolto in parte il riesame discusso martedì mattina dagli avvocati Ermanno Cicognani, Lorenzo Valgimigli e Maria Cristina Colonnelli. I magistrati hanno sciolto la riserva nel tardo pomeriggio di venerdì, annullando il decreto che autorizzava il sequestro finalizzato alla confisca, sia per il conto corrente dello studio associato che seguiva la contabilità e la gestione del personale, sia per l’avvocatessa 34enne e il consulente del lavoro 55enne che collaboravano con la società di via Magazzini Posteriori. Ridotte drasticamente, invece, le cifre bloccate alle tre persone che rivestivano posizioni apicali all’interno della Mib, nello specifico un 38enne di Cesena, un 37enne di Forlì e un 45enne di Ravenna, che si sono avvicendati tra il 2010 e il 2017 nelle cariche di legali rappresentanti e promotori.

Per capire quali sono stati gli aspetti sui quali hanno fatto breccia i ricorsi dei legali, si dovranno attendere le motivazioni del dispositivo.

La strategia difensiva

Il ragionamento generale sul quale i difensori sostenevano l’illegittimità del provvedimento cautelare, verteva sul fatto che non si potesse chiedere alla Mib il pagamento di quanto – secondo l’accusa – evaso dai clienti, vale a dire le 122 imprese inserite nel settore turistico, della ristorazione e dell’intrattenimento. Aziende che tuttavia – questa l’evidenza rimarcata dall’indagine partita nel dicembre del 2017 e svolta dal nucleo Polizia economico finanziaria della Guardia di finanza – hanno ottenuto vantaggi fiscali appaltando la gestione del personale alla società ravennate. Eppure – esponeva in sintesi il ricorso – la Srl ha pagato negli anni dal 2013 al 2017 milioni di euro di oneri tributari, senza mai realizzare alcun risparmio fiscale, tant’è che – prosegue la tesi dei legali – attualmente non ci sarebbe alcuna pretesa tributaria dall’Erario.

Interrogatori e avvisi di garanzia

Nel frattempo l’effetto domino dell’inchiesta coordinata dal procuratore capo Alessandro Mancini e dal sostituto procuratore Monica Gargiulo continua a coinvolgere imprenditori e titolari delle attività che negli anni sono entrate nel corposo portfolio di clienti della Mib, con interrogatori e avvisi di garanzia. L’elenco delle aziende contempla locali e imprenditori noti nel tessuto economico della Riviera, con ristoranti, discoteche, hotel e pub in piena attività.

Secondo l’accusa, il meccanismo architettato dalla Mib prevedeva la sottoscrizione con i clienti di un contratto di appalto di servizi, che portava all’assunzione dei dipendenti e in certi casi anche dei soci o amministratori delle società committenti. Tuttavia, di fatto, i lavoratori continuavano a ricevere direttive dai titolari delle aziende appaltanti, non cambiavano le proprie mansioni e nemmeno i compensi. In certi casi neppure sapevano del passaggio alle dipendenze della Mib. Le imprese ci guadagnavano sotto forma di sgravio dagli oneri contributivi, previdenziali e assistenziali legati al contratto di lavoro dipendente. Non solo, potevano abbattere il reddito inserendo il costo dei servizi offerti dalla Srl. Infine potevano detrarre l’Iva relativa alle fatture emesse dalla Mib, vantando così un credito che altrimenti non avrebbero avuto.

Per la Procura non c’è dubbio che si trattasse di una macchinazione ben studiata. Tant’è che tra i reati contestati a tutti e cinque i principali indagati, figura anche l’associazione per delinquere, oltre (a vario titolo) a quelli di dichiarazioni fraudolente ed evasione delle imposte tramite emissione di fatture inesistenti. FED.S.

Argomenti:

mib

ravenna

sequestro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *