Ravenna, 3 morti ogni 100 mila lavoratori

L’emergenza è nei numeri. Nel 2020, un anno peraltro in cui il sistema produttivo è rimasto fermo per alcuni mesi, in provincia di Ravenna si sono contati 2,9 morti bianche ogni centomila lavoratori, il dato più alto in Romagna. In tutta la regione fanno peggio in tre: Piacenza, con 6,2 decessi ogni centomila lavoratori, Reggio Emilia (4,1) e Modena (3,5). Parma si affianca a Ravenna a quota 2,9. In totale cinque persone hanno perso la vita lavorando nel nostro territorio. Il totale romagnolo è di 14 (cinque decessi anche a Forlì-Cesena, quattro a Rimini).

Ravenna è quinta in Emilia-Romagna anche per il numero di infortuni ogni cento lavoratori. In totale 3.678 nel 2020 che porta l’incidenza (“indice di rischio”) a quota 2,1. In questo caso peggio fanno Parma (2,5), Piacenza e Modena (entrambe a quota 2,4) e Forlì-Cesena. In Romagna gli infortuni sul lavoro sono stati nel 2020 10.839 su un totale regionale di 44.050.

Gli infortuni Covid

I dati sono elaborati dall’osservatorio della Cisl su fonte Inail. In base al rapporto, tutte le province segnalano una forte decrescita nel numero assoluto di infortuni, ma ciò è riconducibile esclusivamente ai mesi di chiusura delle attività imposte a causa della pandemia. La provincia di Ravenna migliora il suo indice di rischio rispetto al 2019, passando dal secondo al quarto posto in regione. Ma il dato romagnolo è peggiore se si guarda la media nazionale: mentre in Italia l’indice di rischio infortunio è dell’1,6 ogni 100 lavoratori, in Romagna il rischio sale arrivando al 2,1 ogni 100 lavoratori. Compresi in questi dati sono anche gli infortuni Covid, 2.368 nel 2020 in Romagna (943 a Rimini, 681 a Forlì-Cesena e 744 a Ravenna), che hanno riguardato principalmente donne poiché concentrati in gran parte nei settori a maggior occupazione femminile, cioè la sanità e l’assistenza sociale. A livello generale però gli infortuni riguardano al 59% uomini e sono si registrano soprattutto nel settore manifattura e commercio.

I dati di quest’anno

E non sono confortanti nemmeno i primi dati del 2021. Analizzando infatti i primi sette mesi di quest’anno si evince che in tutte le province romagnole c’è un aumento degli infortuni. In particolare a Ravenna se ne sono contati 3.511 contro i 3.048 dello stesso periodo del 2020.

Il segretario generale della Cisl Romagna, Francesco Marinelli, spiega che «lo scopo del nostro studio che prosegue ormai da 4 anni è di analizzare la sicurezza sul lavoro nei nostri territori e mantenere alta l’allerta sul tema, cercando di spronare attività di controllo e di attenzione sui temi della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro». Marinelli definisce quella agli infortuni «una “guerra silenziosa” perché purtroppo non sempre gli infortuni rientrano nelle statistiche Inail perché non vengono denunciati». Speranze ci sono nel decreto fiscale dello scorso 15 ottobre che ha introdotto diversi provvedimenti «a nostro avviso positivi che incentiveranno e semplificheranno l’attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro e permetteranno di avere un maggiore coordinamento dei soggetti competenti a presidiare il rispetto delle norme». Sono ad esempio previste assunzioni di 1.024 ispettori, con un investimento in tecnologie di 3,7 milioni, e 660 unità in più di carabinieri dedicati all’attività di vigilanza su salute e sicurezza sul lavoro. Prevista inoltre una maggiore condivisione dei dati forniti dal Sistema Informativo nazionale e tutti gli organi di vigilanza saranno tenuti ad alimentare un’apposita sezione della banca dati dedicata alle sanzioni applicate nell’ambito dell’attività di vigilanza svolta nei luoghi di lavoro. «Fondamentale sarà anche il ruolo delle imprese – conclude il segretario generale – perché occorre creare nelle aziende una vera cultura della sicurezza con un maggiore coinvolgimento dei lavoratori, in modo che i momenti formativi non siano solo un obbligo di legge, ma un percorso di crescita professionale. Troppi sono stati gli infortuni avvenuti anche sul nostro territorio nei mesi scorsi, spesso dovuti alla mancanza di protezione e di formazione o per un tentativo di risparmiare e questo non deve più essere possibile».

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