Ravenna, 11 anziani morti per Covid: indagini su due case di riposo

Tre anziani morti al Giglio d’oro di Ravenna e otto alla Baccarini di Russi. In tutto sono 11 i pazienti delle due case protette della provincia deceduti dopo avere contratto il coronavirus. Su entrambe le strutture in cui erano ospitati ora indaga la Procura, che ha aperto due distinti fascicoli.

Tre indagati a Ravenna

Sono tre gli indagati alla casa di riposo ravennate, chiusa dall’Ausl il 26 aprile alla luce del focolaio interno che ha coinvolto 16 anziani su 19, oltre a sei operatori sanitari. Anche la legale rappresentante ed entrambi i genitori, a loro volta in servizio nel centro, hanno contratto la malattia. Ragione per cui l’attività è tutt’ora non operativa.
L’ipotesi di reato dell’indagine condotta dalla squadra Mobile e coordinata dal sostituto procuratore Angela Scorza, attinge dal testo unico delle leggi sanitarie, in particolare dall’articolo 260, che punisce chi non adotta le dovute precauzioni per impedire la diffusione di malattie infettive, aumentando la pena qualora a commettere il fatto sia chi esercita una professione sanitaria.

Ipotesi di omicidio colposo

A Russi, invece, l’inchiesta congiunta tra squadra Mobile e Digos è partita senza ipotesi di reato, ma pare destinata ad imboccare una strada ben precisa, probabilmente sul versante di lesioni e omicidio colposo. Al momento, tuttavia, non ci sono persone iscritte nel registro degli indagati.

Feste e pranzi senza protezioni

C’è un comune denominatore che ricorre in entrambi i casi. Si tratta di foto e video realizzati poco prima che scoppiassero i focolai. Nelle immagini circolate fra i familiari si vedono gli anziani partecipare a feste, pranzi e attività a distanza ravvicinata e in alcuni casi senza indossare mascherine né guanti. Fra questi scatti finiti in mano agli inquirenti, ce n’è pure qualcuno che immortala il personale privo delle protezioni.

Al Giglio d’oro sarebbe stata una ex operatrice a manifestare perplessità riguardo la gestione degli ospiti. Fra gli episodi più significativi, il pranzo di Pasqua. Per l’occasione, nella struttura – la cui gestione è cambiata da pochi mesi – ai degenti era stato servito il pasto organizzando una sorta di festicciola durante la quale le misure di sicurezza erano totalmente venute meno. Circostanze sulle quali, nei giorni scorsi sono stati sentiti lavoratori, ex dipendenti e anche i familiari degli anziani. Sarebbe emerso un quadro preoccupante, fatto di viavai incontrollati, accessi e visite nonostante le rigide disposizioni regionali adottate in piena pandemia per evitare il contagio fra i soggetti più a rischio.

Alla Baccarini invece è stato un filmato pubblicato su Facebook e poi oscurato a sollevare quantomeno dubbi e polemiche: nelle immagini, momenti di socialità e contatti ravvicinati tra operatori e pazienti come carezze o mani sfiorate. Certo, gesti di grande umanità in un momento in cui ancora non era emerso alcun caso positivo, ma che potrebbero avere contribuito alla diffusione del virus, considerato che 8 dei 9 dipendenti contagiati sono risultati asintomatici.

Mappatura su tutta la provincia

A chiarire ulteriormente il quadro potrebbe essere una più ampia analisi disposta dal terzo piano del palazzo di giustizia su tutte le strutture assistenziali della provincia. Una mappatura che potrebbe dire molto sulle cause e sulle condotte specifiche che si ipotizza abbiano determinato i due focolai. E che è segno di un’indagine ad ampio raggio sull’intero settore, partita ancor prima dell’emergenza sanitaria, come dimostrato da altre recenti inchieste legate a centri per anziani e strutture di accoglienza.

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