Raoul Casadei, il coraggio di cambiare

Raoul ha raccolto e rinnovato la tradizione della musica popolare romagnola portata al successo dallo zio Secondo. Prima di Secondo Casadei c’era stato il savignanese Carlo Brighi (1853-1915), detto “Zaclèn”, anatroccolo, appassionato cacciatore di anatre nonché intimo amico di Andrea Costa. All’inizio del 1900, e per 50 anni, Brighi viaggiò con la sua orchestra per tutta la Romagna. Arrivava nei paesi, montava la sua precaria pista di legno sulle aie, sui campi, nelle piazze, e suonava la musica da ballo delle campagne. Tre violini, un clarinetto in do e un contrabbasso, tutto qui.

Ah, il clarinetto! Legno antico, nerbo di ogni orchestra di liscio, incantatore solitario. Fu proprio Brighi a iniziare ad accelerarne i tempi, e ben presto tutto cambiò. Valzer, polche e mazurche, dai borghesi salotti europei d’inizio Ottocento, dove si ballavano composti, arrivano sulle strade e nelle nascenti balere, in Romagna più che altrove. Sarà un fenomeno inarrestabile.

È il 1954 quando Secondo Casadei pubblica a Milano, con La Voce del Padrone, Romagna mia (che doveva chiamarsi Casetta mia, che disastro sarebbe stato!), divenuto solo molto più tardi l’inno internazionale dei romagnoli. Di quel brano, che lo fece diventare «lo Strauss della Romagna», sono state vendute oltre 6 milioni di copie. L’hanno cantato pure Gloria Gaynor e i Deep Purple, per dire.

Dopo Secondo – morto nel 1971 – toccherà a Raoul Casadei, il nipote, il quale – lasciato il posto di maestro elementare – nel 1973 scala le classifiche con la sua Ciao mare e si piazza terzo al Festivalbar di Salvetti.

Raoul inventò la parola «liscio», entrata poi nel vocabolario italiano (sarebbe un aggettivo, ma in Romagna liscio è sostantivo). «Nel ’72 – diceva – eravamo alle Rotonde di Garlasco quando ho detto al pubblico che ballava: “Vai col liscio!”».

Nasce un mito. Ma Raoul non ha mai vissuto sugli allori, anzi. Ha continuato sempre a rinnovarsi, a guardare avanti, a celebrare la felice mescolanza della musica tradizionale romagnola con le musiche popolari di altre terre. Anche quando cedette lo scettro dell’Orchestra al figlio Mirko (non senza polemiche da parte dei più tradizionalisti), ritirandosi o quasi a vita privata, in quella splendida comune che è il “Recinto Casadei”, con figli, nipoti e amici intorno, e il suo grande orto da zappare quotidianamente.

Ma la televisione ha continuato a cercarlo, e lui ha continuato ad andare, per portare alto il testimone della Romagna. E ha continuato a salire sui palchi inventandosi nuovi format, dal Balamondo alla Notte del liscio con Goran Bregovich, unendo simbolicamente dove le due rive dell’Adriatico.

Ancora lo scorso settembre era in Piazza Cavour a Rimini con gente come Marc Ribot, Frankie Hi-Nrg, Eugenio Finardi e Richard Galliano: Mirko sul palco e lui là, anfitrione in prima fila, a salutare tutti, a trovare una parola gentile per tutti, scattante come un ragazzino accanto alla sua Pina e alla sua grande famiglia che oggi lo piange. Non ce ne sarà un altro come lui.

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