“Ragù” il progetto della storica riminese Mila Fumini

"Ragù" il progetto della storica riminese Mila Fumini

Tracce di storia, di inchiostro… e di sughi. Sulle pagine dei ricettari di casa c’è spesso raccontata la nostra vita, quella di mamme, figlie, figli, mogli, scapoli col gusto per la cucina, nuore, nipoti, persone, più che altro donne delle quali gli appunti di cucina restano a volte l’unica traccia materiale del loro passaggio, a futura memoria. Tracce a rischio costante di essere dimenticate, perdute, gettate, eppure così cariche di potere emotivo per chi, per una ragione o per caso, avrà il privilegio di trovarsele fra le mani. La storica riminese Mila Fumini questo privilegio se lo è cercato, lo ha voluto, oggi è il suo progetto. Un progetto che si chiama “Ragù” e subito profuma di casa e affetti domestici, in realtà è l’ acronimo di “Reti e archivi del gusto”. Un lavoro scientifico, di ricerca, non di culinaria. Eppure la fonte è appunto il cibo, quello trascritto in una semplice ricetta che, a ben guardarla, racchiude e può svelare intere storie di vita, ovvero incontri, viaggi, commistioni, matrimoni, perdite, addii, ritorni, tutti messi nero su bianco, e sulla carta, con uno desiderio: che non andassero persi e venissero tramandati. La storia di una vita, di una famiglia, di un periodo, può essere racchiusa in un quaderno di ricette. Di quelli curati e precisi, o di quelli composti da scarabocchi frettolosi, con suggerimenti e consigli, o con appunti di vita quotidiana ai margini, una lista della spesa, un conto da saldare, che rappresentano ricordi più vivi di una qualsiasi fotografia. Di quelli scritti in bella grafia da chi avvezzo a scrivere lo era davvero poco nella vita di tutti i giorni, ma che nel mettere nero su bianco quel patrimonio di casa sapeva di dare corpo alla sua forse unica eredità. Eredità in genere lasciate da madri a figlie, da nonne o zie alle nipoti, da donne ad altre donne. Proprio di queste fonti “povere”, ha deciso di diventare custode Mila Fumini. Almeno nella fase di raccolta e catalogazione, per poi renderle al mondo della rete, e dunque ad altri eserciti impensati, da chi le scrisse, di figlie e nuore, e anche tanti figli. Perpetrandone la trasmissione attraverso i mezzi di oggi.


Come è nata questa idea?
«Dal caso. Era il 2017 e stavo sistemando la cantine di una casa acquistata da una amica a Bologna. Trovammo una scatola piena di appunti e ricette scritte a mano. Erano appartenute a chi aveva vissuto lì prima, ma non esistendo con quelle ricette alcun legame affettivo, la mia amica le buttò. La cosa mi colpì, in un certo senso mi ferì profondamente. Era un patrimonio che andava perduto per sempre».
Il cibo non era il suo argomento, prima di questo progetto.
«La mia formazione è storica, mi sono sempre occupata di ricerca, archiviazione e progettazione culturale e negli ultimi anni mi sono concentrata sulla digital humanities, ovvero sull’unione di discipline umanistiche e informatiche, ovvero su come materiai umani, antichi, possono essere veicolati attraverso il web. Col digitale stiamo perdendo quantità indescrivibili di materiale e gli storici fra 50 anni si mangeranno le mani, le uniche fonti che avranno saranno i giornali di carta e poco altro. Oggi puoi leggere un manoscritto del 1400, lo puoi vedere e toccare, ma una mia email di dieci anni fa non la si trova nemmeno più. Oggi c’è una velocità di perdita della memoria che crea voragini».
La storia si può ricostruire attraverso i ricettari casalinghi?
«Il mio maestro Paolo Prodi mi ha insegnato a fare storia partendo dalle fonti più desuete, meno istituzionali, povere, un po’ come fare storia dal buco della serratura. Ho pensato di cominciare a lavorare su queste fonti che sono effettivamente povere, matrilineari, e come tali non schiacciate da istituzionalità o ritualità, una specie di storia al contrario. Fonti sottostimate, spesso scritte da illetterati, ad alto rischio di essere disperse. Il mio istinto è sempre stato quello di andare a cercare la storia che c’era dietro, la radice, e ho capito che maneggiando questo materiale, andavo costruendo il progetto della mia maturità».


Dopo quel ricettario scoperto per caso e purtroppo buttato, come ha cominciato a procurarsi i documenti di studio per il progetto Ragù?
«Facendo una chiamata pubblica, agendo cioè al contrario di come solitamente si fa in accademia. Ho cominciato a parlare del progetto con i professori con cui lavoravo, con colleghi. Poi ho deciso di fare una chiamata pubblica invitando le persone a portare i loro ricettari. La prima occasione è stata a Castelfranco Emilia a settembre, poi a Bologna al Mercato Ritrovato. Sono arrivate tante persone e ora ho già una trentina di ricettari da catalogare e studiare, di diverse regioni, e non solo italiani».
Cosa ha già trovato?
«Intanto sono tutti, tranne uno, ricettari scritti da donne. Scritti da madri per le figlie, o per le nipoti. Ma ci sono anche ricettari di ristoratrici, di chi cucina per passione, ad esempio l’unico ricettario maschile, dove sono riportate le molte varianti di singole ricette. In alcuni casi in fondo al quaderno c’è la stessa ricetta, probabilmente quella “forte” dell’autrice, riscritta a mano molte volte, come pronta per essere strappata e regalata a qualche amica o a chi l’avesse chiesta. C’è ad esempio un ricettario romano-ebraico con tutte le prescrizioni kosher, o un ricettario che io definisco italo -somalo, me lo ha portato una donna pugliese il cui padre era stato soldato in Somalia e là aveva conosciuto evidentemente gli ingredienti africani per cucinare quello che, nella trascrizione della figlia, è diventato il “riso con capretto alla somala”.
Che metodo di lavoro utilizza?
«So benissimo che quello che le persone mi portano è materiale prezioso. Quindi sul posto fotografo ad alta risoluzione tutte le pagine dei ricettari o gli appunti e lo rendo immediatamente. Poi chiedo alle persone la disponibilità per una video intervista in cui faccio raccontare la loro storia. Ed è qui che si aprono mondi, storie di vita e di famiglia a volte incredibili».
Tutto questo materiale dove finirà?
«Verrà prima catalogato, analizzato, schedato, perché dietro le ricette non ci sono solo storie personali, ma veri e propri spaccati di storia e di epoche. Ogni ricettario avrà un proprio link su un portale creato ad hoc, in cui saranno contenute tutte le ricette, le video interviste, una scheda sugli ingredienti, i territori, la tipologia di ricettazione. Ovviamente tutto sarà consultabile e condivisibile. Lo scopo è portare a marzo prossimo il progetto al Parabere Forum, il forum delle donne del cibo che si tiene a marzo a Oslo e generare altre interazioni, altri contatti, perché questo progetto non ha una scadenza e può essere alimentato ad libitum». Perché il fine ultimo sarà ancora una volta la condivisione, all’infinito.

Argomenti:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *