Ragazzi derisi e isolati: quando la scuola diventa un incubo

RAVENNA. Cammina barcollando, con cefalea, vertigini e mal di pancia Tiziano (nome di fantasia) quando comincia a chiudersi in casa. Lui che ha un quoziente intellettivo di 146, che quando sta bene legge 4 libri al mese e adora lo skate. Ai genitori parla di “dolore al cervello e bisogno di anestetizzarlo”.

Il dolore di sentirsi diverso

«È sempre stato un ragazzino molto selettivo – spiega la madre –: predilige i rapporti uno a uno e ha vissuto la scuola in maniera complicata sin dalle elementari. Nonostante la discalculia e la disgrafia ha raggiunto risultati brillanti, ma è arrivato in quinta esasperato. Ci ha pregato di cambiare scuola, perché avrebbe voluto metterci una bomba».
Ma alle medie le cose non migliorano. Oggetto di episodi di bullismo, segue un metodo di rieducazione individuale che non fa che aggravare la situazione. «Con la diagnosi di Dsa ci hanno indirizzato verso il metodo Venturelli che non ha apportato alcun beneficio, anzi ha aumentato la distanza tra lui e i compagni». È in terza media che Tiziano comincia ad abbandonare la scuola. «A un certo punto ha iniziato a somatizzare e siamo ricorsi al Pronto Soccorso per ben tre volte. Tornato a scuola, è subentrata una somatizzazione di tipo cutaneo, si era riempito di bolle pruriginose».

Alle superiori si iscrive a un istituto tecnico, ma la scelta si rivela un disastro. Con l’idea di aiutarlo con i suoi problemi di apprendimento, viene messo in un banco a 70 cm dalla Lim, ma il risultato è solo un gran mal di testa e problemi agli occhi. I professori non gli cambiano posto per sei settimane, fino a quando i genitori fanno protocollare la richiesta, in seguito a una visita oculistica dalla quale risulta uno strabismo provocato proprio dalla posizione in classe. Nel frattempo il malessere cresce sempre più. «Non voleva lamentarsi, non voleva sembrare diverso: per resistere al disagio provocato dalla vicinanza alla Lim, aveva cominciato a guardare a terra o fuori dalla finestra. “È distratto, non segue” ci dicevano i professori».

A febbraio della prima superiore, smette di andare a scuola. Rimane a casa, in pigiama. Chiede a mamma e papà di giocare con lui ai videogiochi e guardare insieme film comici. Sono passati quasi due anni e ora Tiziano ha 17 anni e sta un po’ meglio. «Ha avuto una piccola ricaduta qualche mese fa. L’educatore che viene a casa gli aveva proposto di andare in un centro diurno ad aiutare dei bimbi a fare i compiti. Lui non è riuscito a dire no, ma dopo poco si è congelato. Ora sta riconquistando i piccoli miglioramenti che aveva fatto, a partire dalla socialità. Non rimane più chiuso nella sua stanza al buio. Cominciamo a vedere la luce».

Le passioni e l’isolamento

«Giorgio (nome di fantasia, ndr) si lavava frequentemente e voleva che lo facessimo anche io e suo padre, perché ci togliessimo di dosso quello che veniva da fuori», racconta Carla, sua madre, che insieme al marito Claudio frequenta il gruppo di auto aiuto Hikikomori Italia Genitori di Forlimpopoli. Anche Giorgio, come tanti altri ragazzi affetti da ritiro sociale, ha cominciato a chiudersi in casa dopo una serie di difficoltà scolastiche e relazionali. Figlio unico, timido, riservato, con un disturbo di apprendimento legato alla lettura e con gusti ben definiti. «È un amante dei film hollywoodiani e della musica jazz, colleziona vinili e adora i documentari di storia e arte – continua la madre –: con delle passioni così, fa fatica con i suoi coetanei. Si trova meglio con gli adulti».
Ma queste caratteristiche non bastano a stilare un profilo di hikikomori. «Alcuni di questi ragazzi sono figli unici, altri provengono da famiglie numerose. La maggior parte ha pochissimi amici ed è chiusa al rapporto sociale; solo alcuni riescono con grande fatica a frequentare regolarmente la scuola. La motivazione non va ricercata in loro ma, in maniera più ampia, nei contesti in cui vivono. La società è votata alla competizione, segue la legge dell’aggressività: sensibilità e riflessione vengono viste come elementi di debolezza».
Il crollo, Giorgio lo vive in terza superiore. «È sempre stato un bambino educato, buono e responsabile, che a scuola tendeva a subire. Iniziato il liceo, ha tentato di omologarsi, si vestiva come gli altri. Voleva assolutamente avere degli amici, ma poi la situazione è degenerata. La sua era una classe complicata, composta da bulli ripetenti e da femmine competitive». A un certo punto non ha più retto la pressione. «“Non riesco a esistere dentro la classe”, ci diceva. I compagni lo aggredivano verbalmente e lo schernivano anche con la complicità dell’insegnante di educazione fisica, perché non era come gli altri. A volte, davano pugni sul muro accanto a lui. “Mi fanno sentire una merda”, ci ripeteva spesso. Lui voleva togliersi dal mondo, far perdere le sue tracce. È stato un incubo».
Minato nell’autostima e con un gran senso di solitudine, Giorgio sviluppa crisi di ansia e cade in una chiusura che dura cinque anni. «Nessuno capiva veramente che cosa stava accadendo. Ogni specialista trovava una patologia legata alla propria specializzazione. Gli hanno persino dato degli psicofarmaci e diagnosticato un disturbo ossessivo compulsivo. Aveva invertito il ritmo sonno-veglia. Rimaneva sempre in tuta e non faceva più nulla. Smessa la terapia e applicate le buone prassi indicate dall’associazione (riportate anche nel libro di Marco Crepaldi Hikikomori: i giovani che non escono di casa) ha cominciato a riprendersi».


Carla e Claudio entrano in contatto con il gruppo dei genitori: «Qui si crea una notevole identificazione: si piange e si gioisce insieme. Siamo noi i primi a essere cambiati, gli facciamo meno pressioni e abbiamo meno aspettative». Ora ha 22 anni e ha appena scritto un libro di ambientazione storica: «Sta molto meglio: mangia, dorme e non prende più psicofarmaci. Sta studiando per prendere la patente. Attraverso la sua sofferenza, ci ha insegnato a vedere il mondo in un altro modo, ad apprezzare le piccole cose e non dare niente per scontato: ci ha mostrato il modo per uscire dagli schemi».

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