«Raccontiamo Ravenna col linguaggio del teatro per arrivare a tutti»

«Raccontiamo Ravenna col linguaggio del teatro per arrivare a tutti»

RAVENNA. La rassegna “Storie di Ravenna” torna al teatro Rasi, a partire da domani sera, per raccontare la storia della città attraverso alcuni dei suoi personaggi o eventi storici più noti. Sul palco, accanto agli ospiti che via via si alterneranno, i curatori di questo “esperimento teatrale”: Alessandro Argnani e Luigi Dadina del Teatro delle Albe, lo storico dell’arte Giovanni Gardini e Alessandro Luparini, storico e direttore della Fondazione Casa Oriani. In sei appuntamenti, il lunedì alle 18, dal 21 ottobre al 16 marzo, si parlerà di Galla Placidia, Giustiniano e Andrea Agnello, ma anche della Settimana rossa del 1914, della marcia su Ravenna del 1921 e della liberazione della città.
Alessandro Luparini, che cos’è “Storie di Ravenna”?
«L’idea è quella di raccontare sul palco di un teatro la storia della città, attraverso il racconto di episodi di cronache e di personaggi tra i più significativi, utilizzando un linguaggio diverso da quello delle conferenze, il linguaggio del teatro. Che è necessariamente più avvincente e ha un taglio più divulgativo, quindi può arrivare a un pubblico molto più ampio, che normalmente non segue convegni, conferenze e lezioni universitarie. Ci tengo a precisare che non è uno spettacolo teatrale: nessuno di noi è un attore, anche se esiste una regia, una minima infarinatura drammaturgica curata dal Teatro delle Albe».
Come è stato per uno studioso confrontarsi con il teatro?
«Per me, e credo di poter interpretare il pensiero di tutti quelli che si sono avvicendati a “Storie di Ravenna”, è stata e credo che sarà anche per il futuro un’esperienza bellissima e molto divertente. Anche se le confesso che, la prima volta, quando mi sono trovato davanti al pubblico del Rasi, sul palcoscenico, mi tremavano le gambe. Perché comunque è vero che sono abituato a stare davanti al pubblico, ma un conto è un convegno e un conto è uscire su un palcoscenico con i riflettori addosso, con tutti che hanno gli occhi puntati su di te. Però è stata un’esperienza molto divertente».
E com’è stata la risposta?
«È stata entusiastica e questa è la più grande soddisfazione. Anche perché l’anno scorso siamo partiti davvero con l’idea di fare un esperimento: neanche noi all’inizio sapevamo bene dove saremmo andati a parare, era una specie di work in progress, ma la risposta del pubblico è stata fin da subito entusiastica e, con il passaparola, abbiamo attirato sempre più spettatori, riempiendo di fatto il teatro».
Studiare il passato permette di avere strumenti per interpretare il presente?
«Non credo che la storia sia magistra vitae, e che la conoscenza del passato possa evitare di ripetere gli stessi errori. Tuttavia può fornire strumenti a una comunità per riconoscersi meglio nel proprio territorio, nel proprio tempo presente. Sapere da dove si viene, sapere quali sono le proprie radici o qual è la storia, anche urbana, della propria città può servire a meglio orientarsi nel presente, a essere più consapevoli della propria cittadinanza».
Questo anche in una società dove ci sono nuovi cittadini e nuovi abitanti.
«Sì. Quest’anno faremo un altro esperimento: portare le “Storie di Ravenna” anche alle scuole secondarie superiori, ripetendo al mattino la performance della sera precedente. E indubbiamente, vista anche la ormai multiculturalità che caratterizza le scuole italiane, questo sarà un modo per avvicinare anche questi nuovi cittadini italiani alla storia del loro nuovo Paese, in questo caso la loro nuova città. Il tutto con strumenti diversi, mi permetto di dire sicuramente più divertenti della lezione in classe».
www.ravennateatro.com

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