(c) Alex Brenner info@alexbrenner.co.uk

CATTOLICA. È uno spettacolo da vedere, “Quintetto” di Marco Chenevier (1983), proposto al salone Snaporaz di Cattolica martedì sera 11 febbraio alle 21.15. Creato nel 2009 dal danzatore e coreografo valdostano, pluripremiato, solo adesso arriva in Romagna. Anche dieci anni dopo, promette ancora sorpresa, specialmente a un pubblico non abituato a proposte in stile “outsider”. Inscritto nel “genere” danza, “Quintetto” si annuncia in realtà una coreografia anomala che fa leva sulle diverse componenti di costruzione di uno spettacolo teatrale e sfocia in una sorta di cabaret, in collaborazione con il pubblico. Sviluppatosi da un precedente spettacolo dedicato a Rita Levi Montalcini, ruota attorno a un’idea di crisi.
Qual è Marco, la crisi da cui lo spettacolo scaturisce?
«È la crisi economica. “Quintetto” come dice la parola, è pensato per cinque danzatori; ma, le esigue risorse, fanno sì che io sia l’unico danzatore in scena. Come risolvere la composizione coreografica in cinque? Ovviamente non svoglio svelarlo, ma invito a venirlo a vedere».
Ci può confidare però come nasce l’idea di questo progetto?
«Dal 2009 la mia linea di ricerca si interroga sull’interazione pubblico/scena, sul ruolo dello spettatore. È vero che altre compagnie di danza, ad esempio l’israeliana Batsheva, si interrogano su questi temi e hanno la consuetudine di portare spettatori sul palco. “Quintetto” però ha un approccio diverso, nel senso che tutto lo spettacolo è costruito in divenire; la scena è un campo di gioco, il pubblico partecipa in qualche modo alla costruzione di drammaturgia e coreografia, non è una scena che cerca un legame, è la sostanza del lavoro».
Cosa va cercando?
«Ciò che cerco di fare è trovare una cifra personale all’interno del gioco, che in questo caso attinge dalla tradizione del teatro d’arte. Il mio fine non è lo scioglimento di un dispositivo all’interno della società, come potrebbe essere un teatro che si rifà a Grotowski, ma è la volontà di stare nel dispositivo, di renderlo quello che non è, uno strumento di potere».
Il gioco di “Quintetto” è improvvisato o scritto?
«Carmelo Bene parlava del teatro come di un gioco già scritto, come “una partita in cui giocatori sanno già esattamente i passi e i calci che daranno, e quindi un gioco morto”. Per me è il contrario, nel senso che non è scritto, anche se lo preparo con una scrittura rigorosa, ma tutto il resto diventa un gioco vivo, che ogni volta si rifà insieme».
Quale formazione l’ha portata a una ricerca così particolare?
«Cominciai al liceo, eravamo una trentina di ragazzi che facevamo laboratori e spettacoli; poi frequentai per tre anni una scuola di teatro fisico, di modello lecocquiano e iniziai anche lo studio della danza. In Francia il maestro Isaac Alvarez, che fu assistente di Jacques Lecoq è stato il mio mentore, mi rese pure suo assistente. A Roma ho studiato danza con Diana Damiani e Annapaola Bacalov. Ho avuto fortuna con i maestri».
Cosa le hanno dato di speciale?
«Una formazione ariosa, aperta a svariate forme estetiche, ora più onirica, ora più analitica. Non credo nelle categorie, per me sono trappole».
Dal 2009 a oggi come si è evoluta la sua ricerca?
«Cambiando ogni volta regole e campo semantico, obbligandomi a cercare cose nuove. Il mio non è un lavoro basato sull’immagine, ma sulla drammaturgia. Ho però l’impressione di procedere su due binari; da un lato mi misuro con un percorso di ricerca rigoroso e coerente, dall’altro con le strane velocità di territori e regioni come l’Emilia-Romagna, dove sono arrivato solo di recente. È difficile trovare spazio quando si esce dai canoni».
Info: 0541 966636

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *