«Il concetto che le allergie siano dovute solo ai pollini primaverili è fuorviante – spiega il dottor Sergio Pasotti, allergologo, immunologo, pneumologo e medico internista attivo soprattutto a Rimini, sul resto del territorio romagnolo e anche fuori Regione – anche in inverno, infatti, si possono verificare dei disturbi legati alla presenza di pollini, soprattutto nel periodo che va da gennaio fino a febbraio».

Sono in particolar modo le piante che appartengono alla famiglia delle cupressacee a destare i maggiori fastidi nelle persone che soffrono di allergie ai pollini. «Le fioriture del cipresso, della thuja, del ginepro e del cedro del Giappone – spiega Pasotti – sono in grado di rilasciare nell’aria spore che possono percorrere fino a 100 km di distanza. Non c’è bisogno, quindi, di avere quel tipo di albero vicino casa per presentare un problema di pollinosi».

Congiuntivite, lacrimazione abbondante, fotofobia (fastidio generalizzato davanti alla luce), prurito oculare, ma anche rinite con rinorrea e starnuti frequenti sono tra i sintomi più comuni delle allergie in qualsiasi periodo dell’anno. «Spesso queste manifestazioni sono associate ad asma bronchiale e/o a crisi respiratorie che inducono la persona, ovunque sia, a casa o al lavoro, ad aprire la finestra andando così a peggiorare la situazione nel suo ambiente circostante».

Nei mesi invernali la patologia può essere spesso confusa con un raffreddamento. «Ciò che mette in evidenza il fenomeno è la ciclicità – specifica l’allergologo – e poi con il raffreddore da fieno non si presenta mai la febbre. Un’altra caratteristica peculiare dell’allergia è il prurito che può partire dal naso e arrivare fino alle orecchie, cioè alle trombe di eustachio. Generalmente si riconoscono le persone allergiche per una piccola piega che presentano sulla punta del naso, perché gli allergici sviluppano l’abitudine di strofinare la punta con il palmo aperto, piegando il naso leggermente all’insù».

Quando si ha il sospetto di un’allergia è bene rivolgersi a uno specialista. «Per fare diagnosi si procede con le prove allergiche di tipo cutaneo (pricktest) che consistono nel provocare dei piccoli graffietti sull’avanbraccio dove vengono inserite delle goccioline di diverse soluzioni di allergeni, con l’intento di verificare la presenza di una reazione sotto forma di eritema in miniatura in caso di positività. Le principali piante che vengono testate sono le graminacee, l’assenzio, l’olivo, il cipresso, la betulla, il nocciolo, il platano e la parietaria».

Le allergie ai pollini si sviluppano a qualsiasi età, ma il massimo esordio è intorno ai 30/40 anni, anche se sono in aumento i bambini e gli adolescenti allergici. L’unica cura duratura è il vaccino. «È stata l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) nel 1999 a individuare nella terapia vaccinica il trattamento d’elezione, che interrompe quel meccanismo allergico che si ripete ciclicamente e che tende a diminuire solo intorno ai 70/80 anni di età. Gli spray e gli antistaminici alleviano i sintomi al momento, ma non risolvono il problema».

Il vaccino consiste in un’iniezione cutanea di un mix di acqua e sostanza allergica. «Il trattamento del vaccino dura circa tre anni e avviene attraverso la somministrazioni di più dosi, compatibili anche con i bambini a partire dai quattro anni di età e con le donne in gravidanza, che possono continuare la terapia anche nel primo trimestre, se iniziata precedentemente, perché non presenta effetti collaterali».

Diverse le ragioni per cui ricorrere al vaccino. «Vaccinarsi significa sia alleviare i sintomi o eliminarli completamente, senza ricorrere a spray e antistaminici che tamponano la situazione solo nell’immediato, ma anche ridurre la possibilità che si possa sviluppare l’asma. Le allergie, infatti, se non curate, possono far scaturire manifestazioni bronchiali».

Argomenti:

allergia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *