Quel genio di Nino Rota che piaceva a Fellini ma anche ai jazzisti

RIMINI. «Ninetto carissimo. Ma quando ritorni? Scusa se ti scrivo a macchina e così in ritardo ma io ho una calligrafia illeggibile. Non ti ho risposto subito alla tua prima cartolina, ma ti penso spesso e qualche volta faccio anche delle chiacchieratine con te».

Lunghissima amicizia

Federico Fellini e Nino Rota: storia di una lunghissima amicizia e storia di una straordinaria collaborazione artistica. Il cui spirito e profondità sono già ben condensati in queste poche righe che risalgono alle primissime fasi di un sodalizio durato quasi tre decadi, fino alla morte improvvisa e prematura del grande compositore e musicista avvenuta il 10 aprile 1979. Rota firmò le musiche di tutti i film di Fellini a partire dalla sua prima prova di regia, “Lo sceicco bianco” (1951), fino a “Prova d’orchestra” (1978).

La lettera di Fellini a Rota, custodita all’Archivio Rota della Fondazione Cini di Venezia, era stata «battuta a macchina con firma autografa piuttosto criptica, …(ed) è, a oggi, l’unico documento relativo al carteggio Fellini-Rota» presente nell’Archivio Rota, spiega il musicologo Francesco Lombardi, che dell’archivio è stato direttore per tanti anni. Fa parte di un «lotto piuttosto cospicuo di lettere e documenti personali del maestro» giunte all’archivio attraverso un collezionista. È con tutta probabilità l’unica lettera in assoluto del carteggio Fellini-Rota arrivata fino a noi. Il suo contenuto offre la possibilità di ipotizzare che sia stata scritta tra il 1951 e il 1952. Fellini fa infatti riferimento a un «mio film» e all’attesa di potere iniziare a girarlo: «Spero, spero tantissimo che oggi si decida tutto – scrive –. Ho cercato di mantenermi sereno, in questo tu caro Nino mi sei stato di grande aiuto, ma a volte mi prende una pena fitta fitta, un’impazienza dolorosa, sto male, non capisco perché si debba attendere… Poi mi faccio forza, so di essere ben protetto, sento attorno a me delle presenze piene d’amore e ritorno tranquillo: però io debbo farlo quel film, assolutamente. Se no che faccio?».

Carica d’ansia

È possibile che la lettera sia stata scritta nel periodo che precedette l’inizio delle riprese de “Lo sceicco bianco”, il primo film di Fellini – l’esperienza fu vissuta in effetti con una notevole carica d’ansia –, oppure del successivo “I vitelloni”. Quel che è certo, testimonia di una vicinanza tra il regista e il compositore, sia sul piano dell’amicizia – la lettera tra l’altro si conclude con un riferimento, tenero e confidenziale, anche a Giulietta: «Anche la patatina ti saluta tanto e quando parla di te ha sulle labbra un sorriso misterioso da buona fatina. Ciao Nino caro, a presto» – che anche professionale.

Un autore anche di musica colta

Nato a Milano nel 1911, erede di una famiglia di musicisti, in contatto con maestri del calibro di Toscanini e Ravel, Nino Rota entra in Conservatorio nel 1923 e si ritroverà, nel decennio successivo, a scrivere musica per il cinema: il primo film musicato fu “Treno popolare” (1933), di Raffaello Mattarazzo. Ma non sarà un avvio felice, tanto che Rota sfrutterà l’occasione offertagli da un concorso per andare a insegnare a Taranto poi a Bari (dove diverrà, e resterà fino alla morte, direttore del Conservatorio Piccinini: tra i suoi studenti, a un certo punto, anche un certo Riccardo Muti).

Autore prolifico di musica “colta”, oltre a sinfonie, concerti, scrisse anche undici opere liriche. «Resta ancora oggi un autore significativo – sottolinea Francesco Lombardi – ed è parecchio eseguito in tutto il mondo».

Complice anche il centenario felliniano, erano numerosi i concerti previsti quest’anno un po’ ovunque, purtroppo per ora cancellati a causa dell’emergenza Covid19.

Nella memoria collettiva

«Certi suoi temi come quelli di “Amarcord” – continua l’esperto musicale – li si sente fischiare ovunque, da New York a Tokyo, sono brani che fanno parte della memoria collettiva, un po’ come certe arie di Verdi».

E poi, oltre alle colonne sonore dei film di Fellini, ci sono quelle scritte da Rota per altri grandi maestri del cinema, tra cui Visconti (“Il Gattopardo”), Zeffirelli (“La bisbetica domata”, “Romeo e Giulietta”) per arrivare alla colonna sonora de “Il Padrino” I (1972) e II (1974) di Francis Ford Coppola: per le musiche della seconda parte della saga sui corleonesi in America, Nino Rota fu premiato con l’Oscar, prima volta per un musicista italiano. Mentre gli procurò non pochi fastidi la causa intentata dal produttore italiano Dino De Laurentis per il riutilizzo (pratica non rara) ne “Il Padrino I” di una melodia che Rota aveva anni prima scritto per “Fortunella”, film diretto da Eduardo De Filippo, sceneggiato dal “trio” Fellini, Flaiano e Pinelli e interpretato da Giulietta Masina.

La struggente malinconia del tema dell’angelo ne “La strada”, la dolcezza languida di quello di “Amarcord”, le marcette, i variegati paesaggi sonori di “8½” fino ad arrivare ai colori etnici della musica del “Satyricon” o a quella dai “risvolti diabolici” del “Casanova”, come lo stesso Rota etichettò alcuni brani utilizzati per la scena dell’uccello meccanico. Le possibilità di ascoltare le colonne sonore dei film di Fellini, sia su cd che vinile, ma anche online (su Spotify una playlist lanciata in occasione del Centenario), non mancano.

L’album tributo di Hal Willner

Una vera chicca, ma attualmente non in commercio, è “Amarcord: Nino Rota”, disco tributo leggendario prodotto nel 1981 da Hal Willner, produttore discografico scomparso nei giorni scorsi a causa del Coronavirus all’età di 64 anni. In tanti, nel sottolinearne la genialità, hanno ricordato anche la straordinarietà di quell’album per realizzare il quale Willner «setacciò la scena jazz e tirò dalla sua venerati maestri come Jaky Byard, Steve Lacy, Muhal Richard Abrams, Carla Bley», come ha ricordato il critico musicale Riccardo Bertoncelli (sì, proprio quello dell’“Avvelenata” di Guccini…) sulla rivista Blow Up. Per realizzare l’album – una sciccheria che in questi giorni è stata riproposta in podcast da Radio Popolare e dove le perle vanno dallo straordinario brano “Roma” eseguito dal sassofonista Steve Lacy, allo strepitoso “8 ½” di Carla Bley – Willner volò a Roma per chiedere l’assenso di Fellini: «Quando suonai alla sua porta ero senza parole – disse –. Era come incontrare Dickens». Per la copertina dell’album fu scelto un primo piano di una seducentissima Sandra Milo. Willner tornò nuovamente a Roma dopo l’uscita del 33 giri per portarne una gradita copia a Fellini, come racconta Francesco Lombardo in un articolo in ricordo del produttore scomparso sulla testata online Hot Corn.

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