Quel banco da fruttivendolo sotto l’Arco d’Augusto

In base al Regolamento di Polizia Urbana del pubblico ornato e di polizia edilizia del 1864, la posizione giuridica, amministrativa e commerciale dell’ambulante è nettamente distinta, e sotto certi aspetti anche più vantaggiosa, da quella dello «spacciatore» fisso o di mercato. La legge gli consente di esercitare l’attività senza pagare alcun balzello. L’unica norma a cui devono sottostare gli itineranti, ribadita nell’articolo 68 dello stesso Regolamento, è il tassativo «divieto di rimanere fermi nelle piazze e strade». Lo smercio, insomma, deve svolgersi «di passaggio», con soste brevi, discrete e in punti tali da consentire «il libero transito».

La normativa è esplicita, ma nessuno la rispetta. I “girovaghi” si piazzano stabilmente dove il via vai della gente è più massiccio trasformandosi di fatto in veri e propri «spacciatori» “stanziali” con tutti i privilegi della categoria, ma senza sopportarne gli oneri fiscali. Proprio per questi motivi il Regolamento di Polizia Urbana del 1899 interviene a delineare con maggiore chiarezza la funzione commerciale degli ambulanti che, a partire da quell’anno, non solo non possono più «fermarsi sul suolo pubblico oltre il tempo necessario a soddisfare le richieste degli acquirenti», ma sono anche obbligati a ottenere «il permesso dall’autorità comunale», previo il pagamento di una tassa. Inoltre non è più concesso di «fare giuochi di prestigio, sonnambulismo, aste … né fare réclame con grida o strida assordanti, né altri rumori o suoni». Limiti che un tempo erano la caratteristica degli itineranti. Lodovico Contessi, infatti, ci informa nelle sue Memorie che nel 1845 gli ambulanti illustravano la loro merce con canti e suoni ed erano graditi ai cittadini. A pagina 46 del suo manoscritto leggiamo: «Cessò affatto il giro per la città dei così detti spazzini o girovaghi bigiottieri minutieri i quali con una cantilena non disgustosa annunziavano le loro merci vendibili; portavano due cassette la più grande a tracolla sulla spalla destra e la piccola alla mano sinistra, cantando “belle galanterie e guanti fini”». Dal 1899 anche ai suonatori è vietato trattenersi nei luoghi più d’un quarto d’ora; inoltre a tutti i venditori sono proibite le soste nei pressi delle case di tolleranza.

Nonostante le restrizioni, la categoria ambulante continua a proliferare a macchia d’olio e a mantenere intatta la propria indisciplina. Soprattutto d’estate. Nella stagione dei bagni Rimini è presa d’assalto da una massa enorme di “trafficanti di passaggio”, sia indigeni che forestieri. Questi ultimi, scorrazzano indisturbati per le strade senza alcun “permesso” e senza versare il becco di un quattrino, incuranti di qualsiasi normativa. Una scorrettezza che fomenta le sacrosante proteste dei commercianti, gravemente danneggiati da tale sleale concorrenza. E i litigi tra «vaganti» e «fissi», «indigeni» e «forastieri», alimenteranno per anni il quotidiano chiacchiericcio della città.

All’interno di questa categoria di indisciplinati, «insofferenti a qualsiasi regolamento» – stando a quanto scrivono i giornali –, si intrufolano gli “abusivi”. Persone che dalla sera alla mattina, senza alcun permesso, si improvvisano “commercianti” e, incuranti delle norme comunali, gironzolano per strada con le loro carrette colme di merce. Alcuni “abusivi” sono così sfrontati che non solo non hanno la discrezione o il pudore di piazzarsi in luoghi appartati, per non dare troppo nell’occhio, ma indirizzano anche il loro giro e le loro soste nelle aree più strategiche della città. Tra gli esempi di questa sfacciataggine, ce n’è uno che supera i limiti: riguarda un certo Nicola Amati, fruttivendolo … “per caso”.

La vicenda che lo riguarda e che ha attirato la nostra attenzione, fino a farlo diventare un “personaggio” della nostra settimanale rubrica, prende inizio nel 1906. Un bel giorno questo omarino, senza alcuna licenza, permesso o concessione, decide di parcheggiare la propria carretta carica di frutta a ridosso dell’Arco d’Augusto. E qui, accostato a tanta storia, dà inizio alla sua attività commerciale. Non ricevendo contestazioni di sorta, il novello “ambulante” per non deludere la clientela, sempre più numerosa, insiste nella trasgressione e tutte le mattine di buon ora si presenta nel “suo” posto di lavoro. Passano i mesi e l’esposizione, inizialmente modesta e discreta, assume l’aspetto del “mercatino rionale”: il trabiccolo si trasforma in banco vendita e il selciato, all’ombra dell’antica porta romana, una incredibile vetrina «di frutta, erbaggi, lupini, pollame, foconi per castagne, seppie, poveracce, cocomeri, poponi e baccalà». «Una vera e propria sozzura» – a detta dei “benpensanti” – che deturpa il luogo, visitato d’estate da frotte di forestieri (Elia Testa, Relazione sui vari servizi dipendenti dall’Ufficio di Polizia Municipale, 1908). Nonostante le lagnanze, per «le ovvie ragioni di decoro e di prestigio», l’Amati continuerà a esporre la sua “variegata” mercanzia ai piedi del monumento augusteo per oltre tre anni. L’indecenza cesserà nel 1909, anno in cui l’“abusivo”, per “levare le tende”, otterrà dal Municipio «un sussidio» sulla base di certi «diritti acquisiti».

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