Quando Moschino sfilava con i sacchi faentini del pattume

La città delle ceramiche icona del trash nell’alta moda. Un’immagine che fa un po’ sorridere, ma a questo si può pensare nello scoprire la dicitura “Comune di Faenza – Servizio N.U.” che sta per Nettezza Urbana con tanto di stemma del Comune manfredo su uno degli abiti che hanno fatto la storia della sartoria italiana nel mondo: la famosa creazione realizzata con i sacchi della spazzatura, griffata Moschino, apparsa per la prima volta in passerella a New York nei primi anni 90 del secolo scorso.

I sacchi neri lucidi, cuciti addosso alla modella sono proprio quelli che il comune romagnolo distribuiva alle famiglie prima dell’arrivo di Hera. La fotografia di quell’abito, che consacrò la capacità di stupire dello stilista, fece subito il giro del mondo, immortalato perfino dalla rivista TIME: lo ha scoperto lo storico, esperto di curiosità locali Luigi Solaroli che ha trovato in biblioteca a Faenza quello scatto ripubblicato sempre negli anni ’90 sul settimanale locale “Il Qui”: «Faenza – ha commentato Solaroli – si rilancia grazie alla spazzatura conquistandosi un primo piano nella prestigiosa rivista TIME. Il nome della città e il suo stemma con il leone rampante sono impressi in uno dei più celebri abiti della Maison Franco Moschino, indossato dalla modella che lanciò il fashion in trash».

Sembra davvero che l’amministrazione comunale di allora possa avere compiuto una mirabile operazione di marketing: trash, appunto, ma efficace. Il caso del TIME non è isolato. Nel 2014, infatti lo stesso abito (chissà se proprio lo stesso o riconfezionato) ha fatto la sua ricomparsa alla Settimana della Moda di Milano, dove si festeggiava il Trentennale della Maison Moschino, e stavolta anche il Corriere della Sera, come altri importanti testate in tutti i continenti hanno riproposto l’iconica immagine. In evidenza è la stessa dicitura “Comune di Faenza – Servizio N.U.”. A Milano fashion week 2014 la “targa” Faenza è ancora più evidente. Fu presentato in collezione con altri abiti simbolo, provocatori e dissacratori tipici della casa: la donna mucca, i cucchiaini attaccati alle giacche, le forchette infilate nei fiocchi, l’abito con la bandiera italiana.

Moschino adorava stupire: era un po’ Futurista e un po’ Surrealista: «Caos è una bellissima parola – diceva – quella migliore per descrivere ciò che ho in testa». Nell’occasione milanese la modella è Giselle Zelany e si fa riferimento alla collezione primavera estate del 1994. Ora viene da chiedersi come quei sacchi siano arrivati a Moschino e perché proprio sacchi faentini? Questo appare tuttora un mistero: di certo in quel periodo era florida in città una fitta rete di laboratori artigianali tessili di qualità, piccole realtà, alcune scomparse altre a tutt’oggi operative e impegnate in creazioni commissionate da grandi firme dell’alta moda. Alcune di queste hanno ammesso di avere lavorato per Moschino in quegli anni, ma nessuna tra gli interpellati ha cucito quei sacchi del pattume. Può trattarsi di un laboratorio non più esistente, oppure «se qualcuno sa si faccia avanti – ha commentato lo storico delle curiosità locali -: mi piacerebbe completare la mia ricerca».

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