Quando il nevone seppellì la Valmarecchia. Centinaia di salvati

«Noi la neve la sbadiliamo con le ciabatte». Dieci anni dopo il nevone che travolse l’Italia si potrebbe riassumere così, con lo spirito caustico dei bagnini della Riviera, il percorso in salita che dovette affrontare la Valmarecchia. Mentre Roma per due centimetri di neve scarsi andò in tilt e si paralizzò, monopolizzando i telegiornali per settimane, la Romagna seppellita da cinque metri di coltre candida si rimboccò le maniche, risolvendo le criticità con un’epocale lavoro di squadra. «Raccontare 16 giorni vissuti sulla cresta della neve non è semplice – nota Mario Galasso all’epoca assessore alla Protezione civile della Provincia e ora direttore Caritas -. Sono state giornate convulse e deliranti. Impossibile definire anche il numero dei volontari che si prodigarono senza risparmiarsi come i cantonieri, veri angeli delle strade». Certo è che non l’ha mai colto il pensiero di non farcela, perché poteva contare su un team affiatato con le spalle ben coperte grazie ai tanti professionisti giunti sul posto.

«Un momento di forte preoccupazione però si registrò all’arrivo della seconda nevicata, – riconosce – quando gli anziani soli si rifiutarono di lasciar le loro case», ricorda.

Le storie

Tanti i volti rimasti impressi nonostante il tempo. La nonnina di Perticara a cui si spense il camino nel picco della tempesta o il cittadino di San Leo che chiese aiuto ma quando arrivarono i Vigili del fuoco, con tanto di Gps, sulle prime non lo trovarono neppure l’edificio seppellito com’era dalla Dama bianca. «La paura era non riuscire a soccorrere tutti», fa presente, mentre ripensa al ragazzo che, andato di notte a trovar la fidanzata, rimase bloccato con l’Audi «non si sapeva dove». Dei salvati non dimenticherà mai «gli occhi lucidi e gli abbracci calorosi». A contraltare dei pericoli si stagliava non solo la gioia dei bambini, armati di slittino e sciolti dal vincolo della scuola ma anche la spensieratezza di chi tornò apposta per riaprire le seconde case con uno slancio che per un sindaco suonò come pura superficialità. E Galasso ripesca dai ricordi anche l’assessora regionale che invitò a tacere perché arrivata nel cuore della notte disse briosa che “sembrava di stare in un presepio”. Ma ora ammette che «a poterlo osservare con lo sguardo della serenità quello era davvero uno scenario mozzafiato, dal contorno fiabesco».

Intanto con le linee telefoniche e elettriche messe fuori uso dalla caduta degli alberi per tenere aggiornata la viabilità usò Facebook, allora agli albori. Tante anche le ombre in una trama fitta di eventi. Sebbene nessuno perse la vita per il nevone in ospedale alcuni si spensero per altre cause e non potendosi celebrare funerali le camere mortuarie restarono piene per giorni.

La coperta insomma era sempre troppo corta. Rimasto a dormire in ufficio su una branda della Protezione civile, anche l’assessore restò col cuore a metà quando si sentì dire dalla moglie rimasta a Rimini: «Tu aiuti il mondo, ma io spalo da sola». In compenso, finito l’incubo, per mesi gli arrivarono sul tavolo i disegni di intere scolaresche popolati da pupazzi di neve e fiocchi danzanti.

«La gioia di un salvataggio riuscito si confondeva con le urla di chi era ancora murato in casa, – rimarca – la felicità per l’apertura di una strada faceva eco con le difficoltà nel far arrivare il carburante al distributore, l’allegria di chi giocava con la rabbia di quello a cui era crollata la stalla».

Giorni frenetici

Ma al netto di emozioni contrastanti, rivela che la mossa vincente fu la sinergia: il 3 febbraio, erano già arrivati i primi mezzi e i primi operatori dalla Provincia autonoma di Trento.

E confessa: «È divertente oggi ripensare alla mattina in cui avviando l’unità di crisi, siamo stati accolti così: “Chiamate i pullman che trasportiamo tutti negli alberghi di Rimini”».

Ma all’epoca lavorando per aprire le strade e liberare dalla neve frazioni e case, «guardavamo con sospetto le previsioni del fine settimana per la tormenta di neve detta blizzard».

Venerdì notte, puntuale come un orologio svizzero, prosegue, la neve riprese a scendere accompagnata da «raffiche di vento con sibili sinistri e paurosi. Seguirono 24 ore da cardiopalma, i telefoni squillavano di continuo e, verso sera, colpa del buio, della convivenza con il pericolo da oltre una settimana sembravano tutti impazziti, abbiamo vestito gli abiti degli psicologi, – rileva – per dare fiducia e speranza».

Nel frattempo continuavano frenetiche le operazioni di soccorso. «Se racconto del soccorritore che si è dovuto tuffare nella neve e, rischiando più volte di soffocare, ha raggiunto l’anziana, a cui si era intasato il camino, o le ricerche durate ore di un giovane che aveva deciso di spingersi, nonostante il tempo, con la macchina verso l’interno della vallata, faccio un torto alle decine, centinaia di interventi effettuati, in modo anonimo, con generosità, buttando il cuore oltre all’ostacolo».

E delinea l’epilogo: «Erano quasi le 3 del mattino quando il suono dei telefoni è rallentato e accorgendoci di non aver dormito presi dalla frenesia, ci siamo coricati sulle scrivanie.

Alle 6 quando gli abitanti della Valle si svegliavano e si rendevano conto del livello inimmaginabile raggiunto dai fiocchi che continuavano a scendere, hanno ricominciato a tempestarci di chiamate. Allora i sindaci – racconta – sono diventati i genitori dei loro cittadini, aiutando chi inveiva, piangeva o cercava una parola di conforto».

E continua: «Affacciandosi sembrava di essere in un baita di montagna. I giorni si trascinavano diversi ma pressoché simili, si lavorava per aprire e tenere aperte più strade possibili, portando, equipaggiati di ciaspole o sci, da mangiare o i farmaci a chi era isolato, si liberavano i tetti, mentre i vigili del fuoco valutavano la stabilità di edifici pubblici e scuole».

Le ore intanto scorrevano a doppia velocità, tanto lente, quanto frenetiche. «La mattina e la sera facevamo la conta di chi era evacuato e di chi invece raggiungibile solo a piedi. Poi i numeri diminuirono da centinaia a poche decine e la serenità si diffuse. Finché venerdì 17 febbraio dopo ben 16 giorni, l’unità di crisi chiuse».

E riprendendo fiato conclude con una punta di commozione: «Sono fiero di aver fatto parte di un sistema che partendo dal Presidente della Regione Vasco Errani, da quello della Provincia Stefano Vitali passando per sindaci e cittadini, ha dato esempio di comunità locale che funziona e ha a cuore il bene e l’interesse di tutti i suoi cittadini».

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