Quando il Cesena vince, lo stadio sembra ancora più bello

“Però mi raccomando: fatelo bello”. Lo disse il coordinatore dei Mondiali di Italia 90 Luca Cordero di Montezemolo all’allora sindaco Piero Gallina, che sottobraccio teneva i progetti del rinnovato stadio di Cesena. Con un tempismo che gli ha consegnato un posto nella storia del Cavalluccio, Gallina e la sua giunta riuscirono ad inserire lo stadio di Cesena tra gli aventi diritto ai contributi per i Mondiali in Italia. Tra gli stadi di Italia 90, il Manuzzi era una riserva e lo rimase, ma soprattutto è rimasto uno degli stadi più belli del nostro Paese. È stato il primo stadio interamente coperto d’Italia: la prima volta che scese la pioggia in una gara del campionato di serie A 1988-’89, dagli spalti partì uno spontaneo applauso per quella rivoluzione che era iniziata

Nell’estate 1988 lo stadio coperto fu un’idea rivoluzionaria e in qualche bar (meglio, in qualche salotto di circolo culturale) si mormorava: “Che esagerazione, che bisogno c’era. Tutto questo per il calcio è un po’ troppo”. Ma non era solo per il calcio: era per il gusto del bello. Italia 90 ha partorito ecomostri tipo lo stadio Delle Alpi di Torino, che ha già avuto un meritato funerale sotto le ruspe. Viceversa, il bello è una moda immortale: alcuni stadi del Nord Europa di ultima o penultima generazione sono monumenti allo sport, lo Juventus Stadium è un mondo a parte in mezzo a palafitte arredate che resistono pure in serie A.

Ora a Cesena c’è un’altra idea rivoluzionaria, quasi 35 anni dopo quella dello stadio coperto. Ristorante, shop, campi da calcetto e da basket per bambini, apertura alle famiglie. È quasi banale dire che è una grande idea. Come si fa a non apprezzare l’idea di mettere nuovi campi sportivi al posto dell’attuale colata di cemento fuori dalla club house? Però tutto questo va calato nel contesto italiano, conoscendo il campo di gioco in cui si è atterrati. Il principio di base è: se la gente sta bene e si diverte allo stadio, poi torna. Immaginiamoci però il tifoso italiano che torna a casa dopo uno 0-2 e chi è rimasto a casa gli chiede: “Ma almeno ti sei divertito?”. Si rischia il lancio dei comodini contro il muro e non è il caso, visto anche l’aumento delle materie prime. Un teatro accogliente è una fantastica idea di contorno per un club professionistico come il Cesena, sottoposto all’esame settimanale dei risultati e della classifica del campionato. Lo sportivo medio italiano si diverte innanzi tutto quando la sua squadra fa punti e se voi che state leggendo non siete d’accordo, i casi sono tre: 1) state mentendo, 2) siete Arrigo Sacchi, 3) state leggendo questo articolo mentre Sacchi vi sta guardando.

Nell’attesa che si aprano i cantieri, va concesso il beneficio della fiduciosa curiosità al nuovo corso che è partito. L’ideale sarebbe che in società rimanesse una minoranza di impronta locale, perché il Cesena Fc lo hanno fondato persone oneste e appassionate, che possono aiutare i nuovi presidenti a conoscere il loro nuovo campo di gioco. Resta il fatto che Lewis e Aiello aiutano ad alzare lo sguardo e a sprovincializzarci, dopo decenni di idee incartate da domande del tipo: “Technogym chissà cosa farà per il Cesena”, oppure “Amadori magari entra”, o “Romagna Iniziative chissà cosa dice”.

Per chiudere, un paio di flash sull’estate 1988, quella del cantiere al Manuzzi. Lo stadio cambiò volto in 5 mesi o poco più, come sottolineò con orgoglio Piero Gallina in una vecchia intervista al Corriere Romagna: “Dei candidati a ospitare le gare di Italia ’90, quello di Cesena fu l’unico stadio concluso nei tempi previsti. A lavori ultimati, arrivò la commissione da Roma per verificare che tutto fosse a posto. Al Manuzzi, i tecnici della capitale si lasciarono andare a un sacco di complimenti dicendo: “Ma come avete fatto a finire tutto nei costi previsti?”. E lì intervenne Orienzo Buratti, lo storico magazziniere dello stadio: “Qua da noi un gn’è miga i sorg int e’ furmai” (traduzione 1: qui non ci sono topi che rubano il formaggio; traduzione 2:  there are no mice that steal the cheese, ndr). Ecco, Buratti lo disse in romagnolo stretto, ma mi accorsi che i romani capirono subito ciò che intendeva dire”.

L’appalto all’epoca se lo aggiudicò la Cmc di Ravenna. Durante i lavori, la tribuna era sempre affollata da almeno 200 persone tra pensionati e curiosi, gli operai non erano mai soli. “Un giorno – ancora Gallina – viene da me il capocantiere e mi dice: “Sindaco, non si può andare avanti così. Non si può lavorare in questo modo. È possibile tenere fuori la gente e i curiosi mentre lavoriamo?”. Gli chiesi spiegazioni e mi raccontò che si sentivano sempre sotto osservazione… Ogni volta che un operaio si prendeva due minuti di pausa per una sigaretta o si allontanava per andare in bagno, spuntava sempre il pensionato di turno che urlava: “Vagabònd, sumàr, va a lavurè che avèm da fè la serie A (traduzione 1: non serve. Traduzione 2: Loafer, donkey, go to work that we have to do the Serie A, ndr)”. Ecco perché i lavori al Manuzzi finirono puntuali. Tra tifosi e pensionati in tribuna, avevamo una commissione permanente di controllo 24 ore su 24”.

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