Quando i capricci dei figli portano all’esasperazione

Un calcio dato a una porta, un giocattolo sbattuto per terra: sono tante le reazioni di rabbia che i bambini e gli adolescenti possono avere di fronte a un “No” da parte di un adulto. Spesso si tratta di capricci, ma quando diventano sistematici si parla di “comportamenti problema” manifestazioni che potrebbero comprometterne la crescita. Ne parliamo con Giulia Giardini, psicologa che lavora a Ravenna con bambini e coppie genitoriali.

Dottoressa, che cos’è un comportamento problema?

«Si tratta di un comportamento disfunzionale che va fuori dalle aspettative che si hanno su quel bambino. Può diventare un atteggiamento rischioso per il soggetto e per chi gli sta intorno, che potrebbe compromettere le relazioni e l’apprendimento, ostacolandone l’adattamento. Ovviamente i comportamenti problema cambiano di intensità e non tutti sono pericolosi, ma a lungo andare possono diventare stressanti sia per chi li mette in atto, che per chi li deve gestire».

Quando si verificano?

«Possono presentarsi a qualsiasi età, ma l’età evolutiva, a partire dai 3 anni, è quella maggiormente coinvolta. Riguardano anche l’adolescenza. Possono essere presenti in vari contesti, come scuola, casa e ambiente sportivo e proprio questa caratteristica, cioè il loro verificarsi non solo in famiglia, è un elemento che porta a fare una diagnosi di un disturbo o di una disabilità, altrimenti si tratta solo di una manifestazione di malessere».

Che cosa intende?

«A volte questi comportamenti sono la manifestazione di una disabilità come quelle riguardanti lo spettro dell’autismo, il ritardo cognitivo oppure un disturbo della condotta o un disturbo oppositivo provocatorio. Rappresentano, quindi, una problematica pervasiva dello sviluppo, e non semplicemente un problema di comunicazione o a una richiesta di attenzione».

Puoi farci un esempio di un comportamento problema?

«Nel periodo della scuola dell’Infanzia, un classico comportamento problema è rappresentato dal calciare, mordere o sputare quando l’adulto pone un divieto al bambino che magari vorrebbe altri biscotti o prendere l’astuccio del compagno. Questo è il suo modo per tirare fuori la frustrazione, che probabilmente non sa riconoscere e soprattutto gestire. Crescendo, i comportamenti mutano e a un “No” , oppure a un “Non esci” da parte dei genitori possono seguire urla, una porta sbattuta in faccia e, quando la situazione si fa più seria, uscire senza aver ottenuto il permesso».

Che cosa ci ricava il bambino?

«Talvolta, gli serve per soddisfare un bisogno di attenzione; oppure per evitare una situazione di noia, un fallimento o un dispiacere. A volte il bambino vuole provocare l’adulto, saggiare i propri limiti e quelli dell’altro, mettendolo alla prova. Spesso, per ottenere quello che vuole. Per esempio, al supermercato, quando un bambino si agita e si butta a terra, perché il genitore non gli ha comprato qualcosa, è probabile che otterrà quello che vuole. L’adulto, infatti, vergognandosi dell’atteggiamento del figlio, glielo concederà pur di farlo smettere».

Come si può intervenire?

«Nel caso non ci sia una diagnosi (altrimenti l’intervento procede con il coinvolgimento di insegnanti ed educatori), è importante fare un lavoro con la coppia genitoriale e solo successivamente affrontare la situazione direttamente con il bambino, anche perché spesso, quando la difficoltà è in famiglia, questi figli sono “bravissimi” negli altri contesti.

È importante che i genitori sviluppino una coerenza nello stile educativo. Nel lavoro con loro si dovrebbe stimolare l’autoriflessività, capire quali sono i loro comportamenti che fanno scaturire quelli nel figlio e da lì le reazioni che provocano in loro. Soffermarsi sui pensieri e sulle emozioni che nascono da questo scontro/incontro. E con i bambini, invece, ci si dovrebbe focalizzare sulla rabbia che scaturisce in determinate situazioni».

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