Strano destino, quello della palla al bracciale: forse neppure tutti i forlivesi sanno o ricordano che, fino agli anni Trenta del secolo scorso, questo era il gioco più popolare a Forlì, capace di suscitare passioni ed entusiasmi, e addirittura da provocare l’accoltellamento (e la morte), il 26 luglio 1791, di tal Andrea Pettini, Andreone della Brusa, nel vicolo del Farabottolo per mano di Francesco Gordini, Sante Bassetti e Innocenzo Montanari, forlivesi, proprio per un diverbio sul gioco della palla.

«Prova di questa popolarità del resto è il fatto che tra le statue del Foro Italico a Roma, realizzato nel 1932, la Provincia di Forlì è rappresentata proprio dal giocatore del pallone col bracciale…».

Gabriele Zelli, attento e curioso cultore della storia locale, dopo aver pubblicato nel 2018 il volumetto Quando a Forlì il primo sport era la palla al bracciale, ha ricevuto l’aiuto dello studioso Agostino Bernucci che, nelle sue ricerche all’Archivio di Stato di Forlì, ha anche rinvenuto regolamenti, notizie e documenti su questa passione dei forlivesi… d’antan: un materiale prezioso per una serie di articoli di approfondimento pubblicati da Zelli sulla stampa locale.

«Ma negli ultimi anni si è un po’ persa la memoria dei fasti locali della palla al bracciale: è sorprendente per noi oggi infatti pensare che i giocatori di allora, Luigi Bianchini, Menesio Fabroni, Giulio Mazzoni, Vittorio Monteverde, Enrico Collina, e su tutti il grandissimo Carlo Didimi, fossero popolari e idolatrati oltre che profumatamente pagati, proprio come i giocatori degli sport più popolari di oggi. Attorno al gioco fioriva un mondo, fatto di abili impresari che organizzavano tournée in tutto il mondo, di un pubblico appassionato fra cui si trovavano anche tante signore che sfoggiavano le proprie mise, proprio come succede oggi al PalaGalassi… e addirittura già si scommetteva sui propri beniamini!».

Forlì inoltre ospitava anche una struttura ad hoc.

«Fu proprio il grande interesse della popolazione per questo gioco che spinse la Municipalità a costruire nel 1824 lo Sferisterio da oltre 5.000 posti: in precedenza si giocava nel cortile della Casa delli Cittadini Monsegnani, con ingresso sul retro del palazzo nell’attuale via Episcopio Vecchio. Ma per “aderire alle istanze della Gioventù Forlivese, bramosa oltre modo di averlo, onde esercitarsi in quel ginnico gioco” il Consiglio generale della città nella seduta del 9 ottobre 1823 decise di dotare la città di una struttura ufficiale. L’impianto, su progetto dell’ingegner Giacomo Santarelli, fu realizzato addirittura grazie al denaro offerto spontaneamente dai forlivesi».

E ora non ce n’è più traccia.

«Lo Sferisterio restò in uso fino a dopo la Grande guerra quando subentrò l’interesse per il calcio e la palla al bracciale cadde nel dimenticatoio. E infine, vista la caduta di popolarità e il fatto che esso si trovava in un’area appena fuori Porta Cotogni dove stavano per essere costruiti i due palazzi gemelli e il Monumento ai Caduti di piazzale della Vittoria… negli anni Trenta fu deciso l’abbattimento: di quel glorioso impianto resta traccia solo nel nome del parcheggio “piazzetta dello Sferisterio”».

Eppure il gioco aveva una storia antica, e una rinomanza anche letteraria.

«Sì, ci sono notizie in documenti d’archivio del 1502, e nel XVIII e XIX secolo abbiamo moltissime attestazioni che questo sport, oltre a essere quello di eccellenza a Forlì ma non solo, contava anche personaggi “mitici” come il toscano Carlo Didimi, autore di un lancio da record: ed è a lui che Giacomo Leopardi dedica la canzone “A un vincitore nel gioco del pallone”».

Il tutto, a Forlì.

«Una Forlì dove si disputavano anche corse di cavalli e poi in bicicletta nello spazio dei Giardini di piazzale della Vittoria, con professionisti, come quelli della “palla al bracciale”, che influenzavano mode e mercato! Senza dimenticare poi che dallo Sferisterio i forlivesi videro sollevarsi tante volte gli aeronauti delle mongolfiere, con affluenze da 6-7000 persone: tutti con il naso per aria ad ammirare lo spettacolo di quei pionieri, icone di un’epoca non poi tanto diversa dalla nostra…».

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