Quella difficoltà a muoversi liberamente, quel male all’anca o alla spalla che si presenta la mattina al risveglio, dopo esser stati fermi per svariato tempo; oppure che sopraggiunge soprattutto alla fine di una lunga giornata: si chiama artrosi, una patologia degenerativa, cronica e progressiva che si manifesta sotto forma di dolore e di limitazione funzionale.

«Se si sviluppa l’artrosi ci si deve ritenere fortunati – esordisce così il dottor Alberto Belluati, direttore dell’Unità operativa di Ortopedia e Traumatologia dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna -, perché ciò significa che si sta vivendo a lungo e che nella vita si è utilizzato il proprio corpo».

L’artrosi colpisce la superficie cartilaginea e articolare di grandi e piccole articolazioni. «Si tratta di una patologia parafisiologica – continua l’esperto – ed è determinata da due fattori, uno di natura propriamente chimica e biologica inerente le articolazioni; l’altro di natura meccanica, dovuto al carico e al sovraccarico, ed è quindi legato alla quotidianità e all’usura».

Ciò che si viene a consumare è proprio la cartilagine che ricopre le ossa. «In base allo stile di vita che si ha e al tipo di professione che si è svolta, l’artrosi riguarderà determinate parti del corpo. Ma nessuno ne è esente, per esempio se una persona ha fatto nel corso della sua vita un lavoro molto fisico, la zona compromessa probabilmente sarà la colonna vertebrale e le articolazioni degli arti inferiori, ma anche chi ha avuto una vita sedentaria riscontrerà delle difficoltà, magari anche a livello della bassa schiena per alterata postura. L’artrosi ha spesso la caratteristica di essere migrante, si sposta, dipende dalle azioni che si svolgono e da quali parti del corpo sono maggiormente sollecitate».

L’artrosi colpisce sia gli uomini sia le donne. «È correlata a una predisposizione anatomica, cioè alla morfologia dello scheletro e diventa sintomatica solitamente dopo i 50 anni. Interessa soprattutto le grandi articolazioni come spalla, anca, ginocchio, può, inoltre, attaccare anche le mani e le dita, in questo caso se presenta grave deformità, non si tratta di artrosi, ma di artrite reumatoide».

Nell’artrosi spesso gli arti inferiori possono andare incontro a deformità. «La deformazione non riguarda gli arti superiori, perché non sono soggetti a carico e sovraccarico. Se si agisce precocemente si può effettuare un intervento correttivo, di riallineamento delle gambe, quando le deformità si presentano all’esordio della malattia. Nel momento in cui la deformità è irreversibile l’unica soluzione chirurgica è la protesi».

Per fare diagnosi si procede con un’indagine strumentale (radiografia) ed ematochimica (analisi del sangue) ma lo strumento clinico rimane quello più efficace. «La diagnosi di artrosi è collegata al dolore riportato dal paziente e alla limitazione funzionale del movimento. Una volta scoperta la patologia si interviene con una terapia farmacologica e con un potenziamento muscolare, suggerendo stili di vita adeguati e di non eccedere con il proprio peso. Fare del movimento fisico può essere di aiuto quando va ad alleggerire la parte compromessa. Non ci sono, comunque, evidenze scientifiche sull’efficacia del trattamento farmacologico (integratori) per via orale o sui risultati raggiungibili attraverso le infiltrazioni sia con i vari acidi ‘lubrificanti’ sia con cellule ‘rigenerative. La cartilagine non sembra ricrescere».

La risoluzione definitiva è quindi l’intervento chirurgico con il posizionamento di una protesi. «Si deve cercare di contenere e rallentare il degenerare dell’artrosi il più possibile e operare solo quando è subentrata un’importante limitazione funzionale che ha un impatto sulla qualità della vita del paziente. Oggi grazie alla chirurgia robotica è possibile una maggiore accuratezza nel posizionamento dell’impianto e ottimi risultati anche nella riduzione del dolore post-operatorio, ma l’intervento deve rimanere l’ultima spiaggia».

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