Pupi Avati al "Cantiere poetico" di Santarcangelo

Gio 12 Settembre 2019 | Rita Giannini


Pupi Avati al "Cantiere poetico" di Santarcangelo

Sun 15 September 2019 | Rita Giannini

SANTARCANGELO. Oggi è il giorno di Pupi Avati al Cantiere poetico di Santarcangelo. Sarà al Supercinema alle 21.30 per parlare della poesia del cinema, preceduto alle 19.30 dalla proiezione del suo film Le strelle nel fosso.
Avati, che cos’è per lei la poesia?
«La poesia è da mettere al primo posto e così i poeti per la loro integrità etico-morale, perché i poeti esprimono un’urgenza propria e sono avulsi dal mercato. Il poeta lo è autenticamente per sempre, ha una sua impermeabilità e dà eternità a quello che scrive, e soprattutto dà alla parola una valenza a lui sconosciuta. Frost afferma che il poeta è uno strumento».
Lei è autore, sceneggiatore, scrittore.

Scrive anche poesie?
«Il mio ego personale trova un pudore che difficilmente ho praticato nella vita. È evidente che di nascosto l’ho fatto, è un peccato che tutti hanno commesso. Però le ho celate, occultate in un cassetto alla stregua dei diari che vengono nascosti per essere ritrovati e letti».
“Le stelle nel fosso” offre una grande visione onirica e poetica.
«È una favola del ’700, una scatola cinese, con storie una dentro l’altra tutte legate alla cultura contadina che ha come tema centrale la morte, perché questa cultura che io ho assunta dal latte materno, includeva la morte nella vita».
Ma c’è poesia nel cinema?
«In 9 film su 10 non c’è. A farla da padrone è la commedia con temi che riguardano il presente e che non esprimono l’eternità.

Sono film destinati al pubblico di oggi dove esso vuole riconoscersi, ed è molto difficile uscire dal contingente, pertanto la risposta viene da sé».
Quali sono i poeti romagnoli che sente più vicini?
«In assoluto Giovanni Pascoli per tante ragioni. È l’archetipo del poeta e io l’ho citato molte volte nei miei film e molte volte ho pensato di fare un film su di lui. C’è poi una coincidenza misteriosa con la mia vita perché a Santarcangelo il 10 agosto 1950, quindi lo stesso giorno e la stessa ora della morte di suo padre Ruggero, sono morti in un incidente stradale due miei familiari».
E tra i contemporanei?
«Ho conosciuto Tonino Guerra e ho letto Il miele che considero il suo capolavoro, ho grande stima di Claudio Marabini. Amo molto i romagnoli, avrei preferito essere romagnolo perché a noi emiliani manca l’autenticità, il senso della follia, dell’eccesso, siamo più cauti, più strategici».
Parliamo dell’artista romagnolo per eccellenza: Fellini.

Lei che ne è stato folgorato fino a scegliere di fare cinema per lui, cosa può dirci dell’uomo Federico?
«Certo, ha avuto anche questa responsabilità. Abitavamo vicini e mia madre andava a messa con Giulietta. C’era familiarità, consuetudine. Gli sono stato vicino nel momento più brutto della sua vita, dopo il film La voce della luna, quando ha vissuto il vuoto, il silenzio attorno a lui che sicuramente ha somatizzato per arrivare ad ammalarsi».
Come disse a Guerra: loro continuavano a costruire aeroplani ma non c’erano più aeroporti.
«Sì, Federico era molto risentito, astioso, riceveva dei no e avvertiva le speculazioni su di lui e sul suo nome. E il dolore si sa provoca delle cadute psico-fisiche.

L’ho avvertito in Tognazzi, in Gassman. Passare dal grande affetto, dal calore infinito all’improvviso silenzio è terribile ma temo sia fisiologico, assomiglia alla vita quando essa si prolunga negli anni».
Lei è stato anche presidente della Fondazione Fellini di Rimini. Ritiene che si sia sulla buona strada per onorarlo e tenere alto il suo nome? Nel 2021 ci saranno le celebrazioni per i 100 anni.
«Sento che ci sono tante iniziative, io non ne so molto, non sono stato coinvolto».
Ma lei cosa proporrebbe?
«In primo luogo ricominciare a educare i ragazzi a capire cosa è un film, rivalutarlo e riconsiderarlo come valore artistico e non come strumento commerciale, educazione alla visione condotta da chi ha un’idea di cosa sia un film. La stessa Rai ha fatto pochissimo investendo su prodotti privi di poesia ed emozione, speculando sulla pigrizia e la rassegnazione di 5-6 milioni di spettatori. Ci vorrebbe coraggio partendo dal fatto che il numero di spettatori non determina né la qualità né l’incasso».
Adesso sta lavorando su Dante.

Come mai?
«È un amore nato da tanto tempo. E lo devo più a La vita nova che alla Commedia perché quel testo ti fa capire tutto, del suo percorso poetico, della sua straordinaria e misteriosa vicenda umana che nessuno conosce. Il mio film, a cui lavoro dal 2001, è sulla sua vita ed è basato sul Trattatello in laude veramente bellissimo scritto da Boccaccio dopo aver intervistato coloro che lo avevano conosciuto sia a Firenze che a Ravenna. Rai Cinema deciderà a breve, quindi spero che si possa partire con le riprese a Ravenna e Firenze».

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