“Pulon matt” riedito a cura di Ferdinando Palliciardi

Nel 1516 Ludovico Ariosto alla corte di Ferrara dava alle stampe l’Orlando Furioso. Fuori dalle corti nobili, sul finire del 1500, un altro poeta cantava la pazzia dell’amore. Di lui non ci è dato conoscere il nome, ma sappiamo che si esprimeva in dialetto romagnolo e che era letterato, perché sapeva scrivere. È l’anonimo autore del Pvlon matt (o Pavlon mat), poema contadino in dialetto cesenate, testimonianza rarissima della storia della lingua e della cultura della comunità contadina di Romagna.

Ne fornisce testimonianza Ferdinando Pelliciardi, antropologo e linguista lughese, a cui si deve la nuova edizione critica integrale di questo poema del XVI secolo con versione italiana e note (Walberti editore), che presenterà il 15 giugno alle 21.15 al Chiostro del Monte.

Quale novità rappresenta la pubblicazione di questo poema?

«Al di là del fatto che ripropone un’opera quasi del tutto sconosciuta, novità è la presenza contemporanea dell’intero testo rimastoci e della sua traduzione completa in lingua italiana, con in più il corredo di un apparato storico-linguistico, di annotazioni e di un glossario che permettono di valutare e apprezzare a pieno questo importante documento».

La riscoperta del “Pvlon matt” significa studiare l’evoluzione della nostra cultura contadina?

«Con una scelta cosciente e ben precisa, l’autore del poema volle caratterizzare la propria opera con una schietta impronta contadina. Non solo egli definisce se stesso “poeta contadino”, ma ci appare come un vero e proprio precursore della scienza folclorica, con la presentazione dettagliata di usi e costumi del contado e della parlata della gente rurale che egli documenta con grande scrupolo. Oltre alle consuetudini quotidiane degli abitanti del contado cesenate dell’epoca e ad abbondanti riferimenti anche di carattere toponomastico tuttora riconoscibili, l’anonimo autore presenta una ricca casistica di proverbi e di frasi idiomatiche che descrivono in modo accurato i comportamenti e le convinzioni che denotano la cultura contadina del XVI secolo».

Quali fonti parlano del poema?

«I fatti narrati, in base a un preciso riferimento contenuto nella prima ottava del primo canto, risalgono al periodo 1580-1590. È quindi presumibile che la composizione, che narra gli eventi al passato remoto, possa essere avvenuta all’inizio – e comunque nella prima metà – del XVII secolo. Tuttavia, del relativo manoscritto troviamo la prima citazione, in lingua latina, soltanto in una Cronologia di Cesena del 1723, cui seguirà poi un lungo silenzio durato fino al 1880, quando finalmente Nazzareno Trovanelli, sovrintendente alla Biblioteca Malatestiana dove il manoscritto (copia dell’originale) è conservato, ne darà nuovamente notizia. Nel 1886 sarà Gaspare Bagli a pubblicare nella sua interezza il frammento di poema nel frattempo salvatosi dall’usura del tempo».

Il dialetto che si parlava nel 1500 è simile a quello di oggi?

«Alla lingua del poema, che è il primo esempio di opera interamente composta in romagnolo, è dedicato un capitolo apposito. Come ha annotato Friedrich Schürr: l’anonimo era consapevole della sua funzione di autore dialettale… aveva quello che si chiama “la coscienza fonologica”. La lingua che emerge è perfettamente delineata sia sotto l’aspetto fonetico sia sotto quello morfosintattico e presenta tutte le caratteristiche che contraddistinguono (o hanno, ahimè, contraddistinto) la parlata romagnola dei giorni nostri. Resta una pietra miliare nella storia evolutiva del nostro dialetto (volgare romagnolo), costituendo, mi si passi il paragone, quello che la Divina Commedia (in volgare toscano) costituisce per la lingua italiana».

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