Pulini e il Caravaggio ritrovato in Spagna

Massimo Pulini, artista e storico dell’arte cesenate, racconta oggi alle 18 al Palazzo del Ridotto la recente vicenda internazionale del “Caravaggio ritrovato”, in conversazione con la giornalista Elisabetta Boninsegna.

Riguarda l’Ecce Homo dipinto nel 1605 da Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610). L’opera, l’8 aprile scorso, stava per essere battuta alla casa d’aste Ansorena di Madrid per la modica cifra di 1500 euro, messa in vendita dalla famiglia madrilena Pérez de Castro Méndez. La contrattazione è stata bloccata e il Governo spagnolo ha imposto la notifica (impossibilità di esportare un dipinto in altra nazione).

Il ruolo di Pulini

In questa vicenda, che ha dell’incredibile, un merito della giusta attribuzione dell’autore del dipinto va certamente anche al romagnolo Massimo Pulini, dedito a una scrupolosa ricerca specialmente attorno al Seicento. Non è la prima “scoperta” di un Caravaggio per l’artista; più di un decennio fa aveva attribuito al Caravaggio un ritratto di Scipione Borghese scovato nel museo di Montepulciano. Attribuzione che diventò anche materia di un racconto teatrale. Nel 2010, al Bonci, Alessio Boni interpretò “Nero d’avorio” su testo originale dello storico dell’arte.

Si può dire, Pulini, che a lei Caravaggio non sfugge?

«Sono tornato sul luogo del delitto! Mentre però il ritratto del 2010 va inquadrato come opera del primo periodo romano, questo Ecce Homo del 1605 è molto documentato. L’artista lo dipinse per Massimo Massimi, nel cui archivio si conserva una nota di pagamento firmata proprio da Caravaggio. Già il Bellori (1613-1696), primo biografo dell’artista, aveva detto di un Ecce Homo per i Massimi finito in Spagna. E in Spagna lo abbiamo ritrovato».

Perché questo dipinto di grande bellezza, con un Gesù al centro sporco di sangue, e un giovane alle sue spalle dall’espressione stupita, cambiò nazione?

«Prevalgono due ipotesi di ricostruzione; si può immaginare che Massimo Massimi, dopo avere commissionato a Caravaggio un’opera che doveva anche rappresentare l’ingiusta condanna di Cristo, di lì a pochi mesi si rivelò il dipinto eseguito da un assassino. Caravaggio infatti fuggirà da Roma dopo avere ucciso Ranuccio Tomassoni. Perciò il Massimi si sarebbe potuto disfare dell’Ecce Homo, e non mancavano di certo gli acquirenti per un Caravaggio; anche nel suo tempo era pittore ammiratissimo e lautamente pagato. L’altra ricostruzione risale al 1623 quando il cardinale Innocenzo Massimi, parente di Massimo, divenne Legato pontificio a Madrid. Occasione in cui l’opera sarebbe uscita dal palazzo romano Massimi».

Quando lei si è reso conto che l’“Ecce Homo” all’asta poteva essere un vero Caravaggio?

«Tre mesi fa, il 24 marzo, ho ricevuto via mail una fotografia, senza nome né commento, dagli antiquari Giancarlo e Andrea Ciaroni (galleria Altomani) che abitualmente mi chiedono dei pareri. Ho risposto immediatamente cercando di spiegare loro le motivazioni che mi spingevano a essere certo di questa intuizione; un paio di giorni dopo i Ciaroni sono volati all’asta di Madrid per fare foto del dipinto e avviare una trattativa. Ma il “caso” si era già diffuso e l’opera è stata ritirata».

La storia non è ancora finita.

«C’è un’altra vicenda stranissima che meriterebbe un libro. Una volta scoppiato il caso, ho inviato il mio saggio sull’opera al direttore dell’Accademia di Belle Arti di Madrid. Il quale mi ha risposto di avere scoperto che fino al 1823 l’Ecce Homo era di proprietà della Pinacoteca della Accademia di Belle Arti madrilena, già considerato del Caravaggio, ceduto poi alla stessa famiglia che oggi l’aveva messo all’asta».

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