Psicosi da Coronavirus, a Rimini meno clienti nei ristoranti cinesi

Il “panico” da Coronavirus ha raggiunto anche Rimini. E i primi a farne le spese sono i ristoratori cinesi, che in pochi giorni hanno visto notevolmente ridursi la propria clientela. «Capiamo i timori della gente, ma non c’è nessun rischio a venire a mangiare da noi» dicono i ristoratori che in città propongono specialità cinesi. Specialità, che, come tutti gli imprenditori ci tengono a sottolineare, «sono fatte con materie prime che non provengono dalla Cina». Del resto, i dati divulgati dalle agenzie sul numero dei contagi e dei decessi non sono esattamente rassicuranti: nel pomeriggio di ieri le vittime ammontavano a 132, mentre i contagi sarebbero stati quasi 6mila, superando così quelli riportati a causa dell’epidemia Sars del 2002 – 2003. Allora, le persone affette dal virus furono 5mila 974, e le vittime 349.

La psicosi

In Italia, dove il virus proveniente dalla megalopoli cinese Wuhan non sembra ancora aver contagiato nessuno, cresce però il timore di contrarre la malattia. Così, oltre alla corsa alle mascherine nelle grandi città di Roma e Milano, ma anche a Rimini, si è innescata anche un’altra corsa, quella lontano dai ristoranti cinesi. Francesco, nome italiano del titolare del “Grande Cina” di via Destra del porto, parla senza mezzi termini di «psicosi». «A partire dallo scorso sabato abbiamo avuto un consistente calo di presenze – riferisce il ristoratore – perché la gente pensa che venendo da noi ci sia la possibilità di contrarre il virus, magari mangiando qualcosa che è infetto». «Ma questo è impossibile – esclama convinto l’imprenditore che spiega di essere in Italia da 33 anni e di gestire il ristorante da 25 – i prodotti li acquistiamo in Italia e io, personalmente, proprio perché ho un’attività, evito accuratamente le persone o i luoghi che potrebbero essere anche potenzialmente rischiosi».

Sedie vuote

A causa della paura per il Coronavirus, spiega Francesco, anche il capodanno cinese, celebrato il 24 gennaio, è andato storto. «Chi aveva prenotato è venuto comunque, ma le presenze sono state più basse degli scorsi anni. E poi, – aggiunge il ristoratore – qualche mia cliente mi ha detto che, parlando con le amiche del fatto che sarebbe venuta a mangiare nel mio ristorante, queste le hanno risposto: “Ma sei matta? Andare al cinese, adesso, è pericoloso”. «E’ una psicosi – sentenzia il titolare del Grande Cina – e si sta diffondendo ovunque: un mio connazionale mi ha raccontato che, passandogli vicino, due persone si sono coperte il naso e la bocca con la sciarpa. E pensare che se anche qualcuno fosse andato in Cina, magari per il Capodanno, non sarebbe neanche potuto rientrare in Italia». Lo stesso clima si respira al Sole cinese, in via Pani, i cui titolari, Tonino e Maria, come si fanno chiamare, hanno anche postato un messaggio su Facebook, in cui invitavano i clienti a frequentare il loro ristorante, poiché non c’è alcun rischio di contagio. «Noi abbiamo tutta roba italiana e la nostra famiglia è tutta qui – dice Maria – ma la gente ha paura e un po’ lo capiamo, ma speriamo che la situazione si risolva in fretta. Da sabato scorso la clientela è calata, ma i nostri ospiti affezionati vengono lo stesso. Solo che prima era tutto pieno, adesso no». La situazione è più o meno la stessa da Fior di loto, in via Matteotti e da Chinatown, nel vicolo San Michelino in foro, dove Federico, il figlio del titolare, spiega che «sì, c’è meno gente, ma adesso sembra che stiano trovando la cura per cui tutto si risolverà». In verità però la ricerca per il vaccino ancora in alto mare.

«Tutto assurdo»

Da Mikaku, in via Saffi, invece, grande insofferenza: «Sto lavorando molto di meno, ed è assurdo: il cibo non può arrivare dalla Cina perché la dogana è chiusa. E se si ha paura del contagio allora non bisognerebbe uscire di casa. Il virus potrebbe trasmetterlo anche un italiano che è stato in Cina che si incontra in un ristorante qualsiasi».

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