Profughi ucraini accolti a Rimini: il racconto di una mamma

Ha affrontato 60 ore di viaggio a 7 gradi sotto zero per mettere in salvo dall’Ucraina il figlio di tre mesi. Fuggire dall’orrore della guerra significa anche andare oltre le proprie forze, tra la neve e gli spari, affidandosi ad un viaggio della speranza macinato su un pullman strapieno, tra pianti e flebili speranze. Paesaggi che mutano ammantati dal freddo che intorpidisce la faccia, «con la paura di perdere il latte, senza poter più allattare il neonato» nella morsa dell’ennesima prova.

La storia

«È arrivata stremata ieri notte verso le 2 dopo un viaggio di quasi 3 giorni», spiega Alessandro, uno dei volontari che si occupa dell’arrivo dei connazionali a Rimini. È una giovane di una trentina d’anni, aggiunge, fuggita «con una sola valigia dove ha messo alla rinfusa quel che ha potuto», determinata solo a strappare alla tragedia incombente il «piccolo di 3 mesi e una figlioletta di pochi anni», sottolinea. Niente vestiti di ricambio, né pannolini, occhi incavati da troppe notti insonni e capelli tirati su alla meglio. I volontari hanno accolto la famigliola devastata dalla stanchezza e si sono mobilitati per procurarle tutto il necessario. Tra le sofferenze patite lei non scorderà mai il freddo, visto che «nevicava e non indossava vestiario adeguato».

I profughi

«Con lei tra la notte di lunedì e la mattina di ieri sono arrivate altre 17 persone al Family Resort Barone Rimini – entra nel vivo della situazione il soccorritore -. Un numero destinato a salire a 26 entro stasera (ieri, ndr). Otto i bambini fino ai 14 anni d’età». Ad arrivare solo donne con figli che hanno dovuto lasciare in patria gli anziani, ma anche i familiari maschi dai 18 ai 60 anni, travolti dalla spirale della guerra e subito chiamati alle armi. A cementare i legami tra sconosciute approdate in una terra straniera soprattutto «la speranza che il conflitto finisca presto per consentire a tutti di tornare a casa», commenta Alessandro.

Un’ondata di solidarietà

Intanto proseguono frenetiche le ricerche di alberghi disposti ad ospitare anche chi arriverà nei prossimi giorni. «Una gara che coinvolge anche Riccione e Cesenatico», rileva evidenziando tra le difficoltà quotidiane l’organizzazione dei pasti nelle strutture ricettive, dov’è ancora chiusa la cucina, sebbene «tutti si stiano rimboccando le maniche, per non far mancare niente».

La prima accoglienza, racconta, è fatta di piccoli gesti dalla routine rassicurante come offrire «tè caldo agli adulti e un cioccolatino ai bimbi». Prima di accompagnarli in camera un piccolo dono: il kit di prima necessità, con dentifricio e sapone. A far eco ad Alessandro anche un’altra volontaria, Marina, che non ha più radici in patria. «Hanno bombardato la mia casa – dice con un filo di voce – e nel crollo sono morti i miei vicini». Ora il suo pensiero va agli anziani che non se la sono sentita di abbandonare l’unico spicchio di mondo che conoscono, né tantomeno di intraprendere, anche per il timore di intralciare i giovani, quello che ai loro occhi s’impone come un’odissea.

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