Procopio (ex Moro): “Così la Coppa America stimola l’immaginario”

L’Italia? Una banchina, un pontile che si insinua nel Mediterraneo, forse il più importante bacino turistico del mondo per il diporto. Una risorsa da sfruttare, un’opportunità da cogliere sempre più e che eventi come l’America’s Cup sembrano fatti apposta per dimostrarlo.

Max Procopio, classe ’58, era sul Moro di Venezia di Raul Gardini (era grinder) quando nel 1992 vinse la Louis Vuitton Cup, il trofeo degli sfidanti. Dal 2005 fa parte del team di Alinghi (con incarichi nell’ambito della comunicazione), il sindacato svizzero per due volte entrato nell’albo d’oro dell’America’s Cup. E ha altri incarichi nel mondo della nautica e della comunicazione.

Max, un aggettivo per descrivere gli anni del Moro?

«Lo dico sempre: per me è stato un Master, per tutti noi dell’equipaggio un acceleratore di esperienza. Eravamo in un’organizzazione che non ti lasciava tempo libero a parte quello stretto necessario, spesso ritagliato nei giorni senza vento. Però al tempo stesso ti metteva a disposizione tutti gli strumenti e tutte le opportunità per pensare solo a quello che dovevi fare: ad allenarti, a studiare, a prepararti… Tutto il resto era comunque affidato alla struttura, dalla lavanderia all’assicurazione della macchina. Potevi concentrare tutto il tuo tempo e la tua attenzione sull’obiettivo».

Quale era l’arma in più del Moro?

«Sicuramente il fatto di essere un team italiano ma allo stesso tempo multiculturale, arricchito dalla presenza di non italiani. Il confronto tra culture (e a volte, entro certi limiti, lo scontro) ti arricchisce e rende possibile un’operazione di grande livello».

Il Moro non fu solo una grande impresa sportiva ma anche un esempio di comunicazione. Era Raul Gardini che era avanti o erano i tempi che erano maturi per un salto di qualità?

«Gardini era in grado di comunicare anche solo con la sua persona. Aveva un carisma molto particolare. Da grande comunicatore, per supportare l’operazione dell’America’s Cup utilizzò anche il Messaggero e il suo canale televisivo Telemontecarlo. Aveva sempre idee molto chiare. Il nostro ritorno in Italia fu celebrato come una grande festa prima a Ravenna e poi a Venezia. Trasformò la sconfitta della finale di America’s Cup in un successo, in un grande evento: in fondo avevamo vinto la Louis Vuitton Cup».

La vela italiana quanto deve a Raul Gardini?

«Molto. Prima del Moro c’era stata Azzurra (con Cino Ricci e Pelaschier) che aveva dato il via alla storia italiana dell’America’s Cup ed era arrivata in semifinale. Ma già nel 1987 Azzurra e Italia non andarono così bene. Il Moro, invece, ha avuto il quid in più per raggiungere un risultato molto importante, prima barca italiana a farlo, un clamore, una visibilità che ancora oggi vengono ricordati».

Perché l’America’s Cup ha questo effetto traino sulla vela?

«Perché, a parte le Olimpiadi, è l’evento più importante e soprattutto perché ha un forte aspetto di tecnologia e di innovazione che stimola l’immaginario collettivo. Nell’America’s Cup c’è un background di preparazione e di progettazione notevole, al punto che oggi siamo riusciti a vedere le barche che volano. Ma anche negli anni del Moro le nostre erano le barche più avanzate. Noi fummo i primi a utilizzare le vele in carbonio, i primi a progettare una barca a poppa aperta. E anche oggi si conferma l’aspetto dell’America’s Cup di essere avanti sia dal punto di vista della tecnologia sia dello spettacolo che offre».

Secondo te Max, l’Italia sfrutta fino in fondo le opportunità economiche offerte dal mondo della nautica?

«Diciamo che l’Italia ha cominciato a comprendere che cos’è veramente la nautica e il patrimonio che c’è dietro solo recentemente. Fino ad alcuni anni fa era vista come il mondo dei ricchi, un mondo dove andare a colpire quando c’era bisogno di risorse. Ricordiamo il famoso manifesto “Anche i ricchi piangono” che risale a oltre una decina di anni fa… E ricordiamo anche certe operazioni del governo Monti… Ma la nautica in generale è anche un’attività molto popolare, perché si parla di barche che possono andare dai quattro metri fino anche ai cento, certo… Ma quello che non tutti hanno valutato esattamente è l’indotto: quanta gente lavora con la nautica, cosa c’è dietro questo mercato. Un altro aspetto che va poi soprattutto considerato è che noi siamo dal punto di vista turistico una sorta di banchina del Mediterraneo. Abbiamo un intero nord Europa e buona parte degli americani che vedono nel Mediterraneo un posto incantato: la Sardegna, la Sicilia, la costa adriatica, le altre isole che abbiamo… uno sviluppo di coste una più bella delle altre. È l’area geografica dove ogni estate trovi la maggior parte dei superyacht del mondo e sono in buona parte da noi in Italia… La nautica è una grande risorsa per il nostro Paese».

Ma veniamo alla finale di America’s Cup. Quali saranno gli elementi determinanti per la vittoria di una o dell’altra barca?

«Intanto in questo momento è una guerra di nervi perché manca poco e noi conosciamo molto poco l’avversario che non si è confrontato con nessuno, se non a Natale in una sorta di regate di prova, quando le barche erano molto diverse. Di New Zealand non conosciamo le vere potenzialità e questo potrebbe essere un punto a sfavore per noi. Nello stesso tempo l’avversario non ha mai fatto una regata vera. Si è sempre allenato in mare, ha fatto le partenze con un gommone che simula di essere l’altra barca, ma non ha mai fatto uno speed test contro un avversario come può essere Luna Rossa. Da una parte e dall’altra ci sono delle aree grigie di non conoscenza e per questo non mi sbilancio al momento».

Come può finire?

«Siamo 50 e 50. Da un punto di vista tecnico loro possono avere il vantaggio di giocare in casa e quindi di poter conoscere meglio il meteo? Sì, ma fino a un certo punto, perché ormai ci sono degli strumenti che da questo punto di vista rendono la sfida molto equilibrata. Luna Rossa si è dimostrata la barca più veloce è più completa tra i challenger perché è vero che è molto veloce con vento leggero ma anche quando c’era vento più forte ha tenuto testa agli inglesi e agli americani. Sicuramente sarà una sfida di alto livello, poi se uno dei due team ha il segreto nel cappello e lo tira fuori all’ultimo momento, allora questo potrebbe cambiare le cose».

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